Roma, 16 luglio 2017 - Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, boccia il blocco dell’età pensionabile a 66 anni e 7 mesi e spinge per far scattare l’innalzamento a 67 anni dal 2019: lo stop – avvisa – ci costerebbe 141 miliardi di spesa in più. Una cifra monstre che, però, i due ex ministri del Lavoro Maurizio Sacconi e Cesare Damiano, autori della proposta di congelamento provvisorio o di rimodulazione del meccanismo, respingono al mittente senza se e senza ma: «Le parole di Boeri si basano su un presupposto inesistente, che le rende completamente inutili».

Ma, proprio nel giorno in cui verrà certificato il boom di richieste per l’Ape social (di sicuro ben oltre le 60mila preventivate), il nodo dell’età, come quello del destino previdenziale dei giovani, sarà al centro dell’incontro (questo pomeriggio al Nazareno) tra i leader di Cgil, Cisl e Uil e il vicesegretario del Pd, Maurizio Martina, insieme con l’ex sottosegretario Tommaso Nannincini e l’attuale responsabile del Welfare, Giuliano Poletti. Un appuntamento politicamente e simbolicamente rilevante, soprattutto per quel che riguarda il rapporto tra i dem e il sindacato guidato da Susanna Camusso, ma che non si tradurrà in scelte operative immediate: la partita vera si giocherà sul tavolo del confronto tra sindacato e governo in vista della manovra.

Proprio in vista della legge di Bilancio, il primo scontro è sul meccanismo aspettativa di vita-requisiti previdenziali. Secondo Boeri il blocco dell’età pensionabile a 67 anni dal 2021 comporterebbe «141 miliardi di spesa in più da qui al 2035, quasi interamente destinati a tradursi in aumento del debito pensionistico implicito, dato che l’uscita prima del previsto non verrebbe compensata, se non in minima parte, da riduzioni dell’importo delle pensioni». Non solo. «Io penso – insiste – che se accadesse si potrebbero avere circa 200mila pensioni in più l’anno».

«Parole inutili», ribattono Damiano e Sacconi. «Non abbiamo proposto – spiegano – la cancellazione del collegamento tra età di pensione ed aspettativa di vita, ma solo la sua rimodulazione temporale per alleggerire l’allungamento dell’età lavorativa, di circa sei anni, sulla generazione già adulta all’atto dell’approvazione della riforma Fornero e per aprire, nel frattempo, una più generale riflessione su un sistema previdenziale disegnato nel presupposto del vecchio mercato del lavoro che garantiva stabilità e continuità nei percorsi occupazionali».

A battersi per sterilizzare gli effetti del congegno basato sulla speranza di vita sono, d’altra parte, anche i sindacati. E il dossier sarà centrale nella trattativa con il governo che, secondo l’ipotesi più gettonata, potrebbe puntare a estendere l’Ape social per rendere più morbido il mantenimento in vita del meccanismo.

Al centro del confronto anche con i vertici del Pd restano, inoltre, la «pensione contributiva di garanzia» per i giovani, il rilancio della previdenza complementare con la parificazione tra pubblico e privato, la «valorizzazione» del lavoro di cura a fini previdenziali, ribattezzata ‘bonus donna’, la rivalutazione degli assegni al costo della vita.