Milano, 14 novembre 2017 - La ripresa dell’economia porta effetti positivi anche sul mercato del lavoro. Con le imprese che, ha fatto sapere ieri l’Istat, sono ufficialmente tornate a cercare personale. Peccato che in un Paese dove la disoccupazione giovanile sfiora il 35% e la quota dei Neet (chi né studia né ha un impiego) è vicina al 25%, oltre un quinto delle aziende disposte ad assumere, come è emerso qualche giorno fa dalla XXIV giornata nazionale Orientagiovani organizzata da Confindustria in collaborazione con l’Università Luiss, non riesce a trovare i profili professionali richiesti: l’Italia soffre di un forte mismatch (disequilibrio) tra le scelte formative dei giovani e i fabbisogni delle imprese. Tanto che, sempre secondo l’Istat, nel terzo trimestre di quest’anno c’era un tasso di posti vacanti da parte delle aziende dell’industria e dei servizi con almeno dieci dipendenti pari all’1%, contro lo 0,9% dei tre mesi precedenti. Il massimo da quando è iniziata la serie storica (2010). In particolare la percentuale dei posti vacanti è all’1,1% nei servizi e stabile allo 0,8% nell’industria.

I posti vacanti, spiega l’Istat, misurano le ricerche di personale già iniziate e non ancora concluse alla data del rilevamento. Posti per i quali il datore di lavoro cerca attivamente un candidato ed è anche disposto a fare sforzi straordinari per trovarlo. È quindi un indicatore che da una parte segnala la ripresa e dall’altra anche un percorso di studi che non riesce ancora a mettere in sintonia il mercato del lavoro con la scuola. Nel settore dei servizi le aziende cercano personale soprattutto nei campi dell’istruzione, della sanità, dell’assistenza sociale e delle attività artistiche. Settori per i quali la quota dei posti vacanti arriva addirittura all’1,4%. NEI prossimi cinque anni, secondo quanto aveva spiegato alla giornata nazionale Orientagiovani il vicepresidente di Confindustria per il capitale umano, Giovanni Brugnoli, le imprese avranno bisogno di 200mila superperiti da assumere in tutti i settori con il processo innescato da Industria 4.0. Quindi serve una formazione che vada di pari passo con le tecnologie.

Purtroppo oltre che avere, secondo la ricerca presentata da Confindustria, una quota di giovani tra i 25 e i 35 anni con un titolo di studio terziario da fanalino di coda con appena il 24%, battuti persino da Messico e Turchia (25%) e ad anni luce di distanza da Stati Uniti (46%), Regno Unito (49%), Canada (58%) e Corea del Sud (68%) – ma ci battono rispettivamente con il 28, il 41 e il 44% anche Germania, Spagna e Francia – mostriamo anche numeri quasi irrilevanti di iscritti agli Its, Istituti tecnici superiori.

Appena  9mila iscritti, contro i 272mila del Regno Unito, i 400mila della Spagna, i quasi 530mila della Francia e i 765mila della Germania. Nonostante questo percorso di studi assicuri l’80% di impiegabilità. Del resto secondo Unioncamere, ministero del Lavoro e sistema informativo Excelsior, entro il 2020 il fabbisogno di professionalità riguarderà per il 39% proprio quelle scientifiche e tecniche oltre a un 10% di operai specializzati e artigiani, il 6% di conduttori di impianti, il 21% di impieghi nei servizi, il 12% di lavori impiegatizi.

Quanto ai laureati, il fabbisogno vedrà ai primi posti circa 35mila dottori in economia e statistica, poco più di 30mila medici, 25mila ingegneri, 20mila insegnanti e circa 15mila laureati in giurisprudenza.