Roma, 31 dicembre 2017 - Il 2018 sarà l’anno del banco di prova sulla stabilizzazione o, al contrario, sul rischio licenziamento per i lavoratori assunti con decontribuzione nel 2015. Nei prossimi dodici mesi andranno scadendo, infatti, gli incentivi triennali. I datori di lavoro si troveranno, così, a dover versare circa 8mila euro l’anno di contributi in media per ogni assunto. I numeri in gioco sono rilevanti: quasi un milione e mezzo di contratti a tempo indeterminato, con i primi 80mila con gli sgravi in scadenza proprio nel mese di gennaio. A segnalare quello che si preannuncia come un anno cruciale per il mercato del lavoro sono gli esperti della Cgia di Mestre, ma anche Qn fin dalla scorsa estate aveva lanciato l’allarme sul rischio licenziamenti di massa nel corso del 2018. Un rischio che, se anche dovesse riguardare solo il 10% del milione e mezzo di assunti durante il 2015 a zero contributi, finirebbe per coinvolgere oltre 150mila persone. Anche se, almeno per il momento, le valutazioni di esperti e sindacalisti appaiono divergenti e per lo più attendiste.

PER METTERE a fuoco il bivio di fronte al quale si troveranno le imprese, vale la pena fare un passo indietro. La manovra per il 2015 ha previsto il bonus contributivo triennale integrale per le assunzioni stabili realizzate in quell’anno. In sostanza, i datori di lavoro hanno potuto contare per tre anni su uno sgravio pari a circa l’intero ammontare dei contributi previdenziali a loro carico: circa 8mila euro l’anno di risparmio dal momento dell’assunzione e per tre anni, per un totale di 24mila euro. Come non bastasse, nel 2015 è venuto meno anche l’articolo 18 dello Statuto: il che significa che gli assunti da quella data in avanti potrebbero essere licenziati pagando un’indennità proporzionata all’anzianità di lavoro. Il risultato dell’incrocio è che, via via che scadranno i tre anni, dal gennaio e fino al dicembre 2018, le imprese si troveranno a dover pagare contributi pieni per ogni assunto: un incremento secco tra 25 e 30% del costo del lavoro.

Da qui il rischio, o la tentazione, di ridurre l’impatto del surplus ricorrendo ai licenziamenti quantomeno di una quota di lavoratori. «Venuto meno il vantaggio economico – avvisa il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – conti alla mano, qualche imprenditore che non ha ancora agganciato la ripresa potrebbe essere tentato di licenziare. Il licenziamento costerebbe all’impresa, in prima battuta, un ticket di circa 1.500 euro». Oltre al possibile indennizzo (fino a 24 mensilità) nel caso di ricorso, accolto. Più attendisti sono altri addetti ai lavori. «Boom di licenziamenti? Personalmente non credo – spiega Emmanuele Massagli, presidente di Adapt, il Centro studi fondato da Marco Biagi –. Se un datore di lavoro ha assunto personale, ha già proceduto ai licenziamenti se non ha ricevuto le commesse sperate: non si mantengono lavoratori a cui non si sa cosa far fare».