Roma, 20 novembre 2017 - L’altra faccia della recessione e della disperazione mostra un microcosmo fatto di solidarietà e di comprensione in cui imprenditori sopravvissuti alla crisi tendono la mano a imprenditori che con la crisi hanno perso tutto. Una rete umana in cui compaiono anche big dell’industria, da Cesare Ponti signore dell’aceto a Tiziano Fusar Poli del burro Soresina o a Marco Milano, presidente Vallespluga

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«Non ci sono più vie d’uscita per me. Quando ti ritrovi a 50 anni senza lavoro e senza soldi cominci a chiederti che cosa fare per portare a casa qualcosa da mangiare e per pagare le bollette». Firmato: Gioacchino, uno dei tanti imprenditori in cerca di aiuto. Dall’altra parte del telefono c’è Lorenzo Orsenigo, 76 anni, un passato da imprenditore edile con fatturato milionario, che, in poco tempo, come Gioacchino, ha rischiato di perdere tutto. Oggi, obbligato dalla crisi al concordato, Orsenigo ha deciso di ripartire dall’associazione San Giuseppe imprenditore (Asgi) per dare un sostegno a tutti gli ex colleghi che hanno perso le speranze.

Non solo. Due anni fa è nato anche il Telefono arancione, un call center gratuito che risponde a chi versa in situazioni di gravi difficoltà. Molti gli imprenditori che hanno accettato di entrare in questa rete di mutuo aiuto: tra gli altri, Cesare Ponti (dell’Aceto Ponti), Giuseppe Meregalli (del gruppo che da 150 anni distribuisce vini), Tiziano Fusar Poli (del Burro Soresina) Marco Milano (presidente di Vallespluga), Adriano Tomba, (direttore generale Fondazione Cattolica Assicurazioni).

Dietro crediti deteriorati, fallimenti, cartelle di Equitalia ci sono storie, volti e paure. Capitani d’industria, commercianti, artigiani, partite Iva. Nella vita precedente ci sono case, aziende, dieci, cento dipendenti. Poi un bel giorno, dopo trent’anni di lavoro, ti ritrovi senza nulla.

Capita, è capitato, con la crisi economica. Secondo il Centro studi ImpresaLavoro (dati Ocse e Cribis) tra il 2009 e il 2016 sono fallite 100mila imprese: 9.384 nel 2009, diventate 14.348 nel 2016, cioè oltre il 55% in più. Ma di fronte a circa 57 imprese che chiudono ogni giorno per insolvenza, c’è però anche chi a tirare giù la saracinesca non ce la fa. Orsenigo e la sua associazione aiutano anche in questo.

«Da quando è nato il Telefono arancione – racconta Orsenigo – abbiamo risposto a 400 chiamate. Siamo quattro o cinque imprenditori, tutti volontari». Telefonate che riguardano per il 40% situazioni di grave crisi personale (indebitamenti, usura, abbandono, rischio suicidio), per il 35% crisi aziendale (rischio chiusura o fallimento), per il 25% varie difficoltà (mancanza di lavoro o risorse per lo sviluppo dell’attività). C’è il macellaio in rosso da sei anni, l’imprenditore di Torino che scrive «di aver bisogno di 4mila euro entro lunedì sennò si ammazza», l’ex imprenditore che ha ricominciato facendo il necroforo, chi porta in giro i cani, chi apre un asilo in casa. Come si fa a rinascere? «Bisogna adattarsi. A breve – racconta Orsenigo – lanceremo anche un’app per mettere in contatto tutti questi ex imprenditori, artigiani, commercianti che hanno cambiato vita». Un po’ come il patron dell’Associazione San Giuseppe imprenditore. «Fino al 2008 – continua– la mia azienda arrivava a 55 milioni di fatturato, aveva tre stabilimenti con 180 dipendenti. Avevo una bella famiglia, la villa in Brianza, la segretaria, l’autista». Un anno dopo la situazione è precipitata.

«STAVO perdendo 2,5 milioni di euro, ma non volevo tagliare nulla: né gli straordinari, né i regali di Natale ai dipendenti... Nel 2011 non c’era più niente da fare». Orsenigo non vuole chiudere l’azienda, ma lo convincono i figli e la moglie: «Ho ricominciato, mettendo anche in rete bravi professionisti che possono orientare chi ci chiama». Domenico Panetta, presidente di Angeli della finanza, associazione che ha undici sedi sparse per l’Italia, ha lo stesso scopo: «Iniziai facendo volontariato coi City Angels che aiutavano i senzatetto. Lavorando con loro scoprii che parecchi clochard erano ex imprenditori...».

Da quel momento Panetta e i suoi ‘Angeli’ aiutano chi ha o aveva un’attività, chi è strozzato dai debiti, chi rischia di perdere la casa. «C’è chi ha una rosso di 450mila euro, chi di appena 50mila, chi arriva a 64 anni, dopo una storia imprenditoriale di oltre 30 anni, che ha solo 10 euro in tasca», spiega. Spesso basta un po’ di educazione finanziaria per negoziare il debito, a volte un po’ di sostegno umano. Succede che chiami anche qualcuno pieno di debiti perché si è giocato tutto alle slot machine, ma sono casi isolati. Numeri certi sui suicidi per motivi economici, però, non ce ne sono. L’Istat ha smesso di censirli per la difficoltà di ravvisare il movente per crisi. Gli ultimi dati risalgono al 2010: su 3.048 suicidi, l’Istat ne ha calcolati 187 legati a motivi economici.

Da allora, resta solo l’analisi di ‘Link Campus University’, unico centro studi che continua a monitorare questo tipo di suicidi. I numeri si basano sui casi raccontati dai media, quindi sono parziali, ma restano una traccia. Più di 700 morti dal 2012 a oggi, di cui 81 nel primo semestre del 2016. Il 60% di chi decide di togliersi la vita per motivi economici ha tra i 45 e i 64 anni, 44 su 100 sono imprenditori e nella stragrande maggioranza è di sesso maschile. Ciò nonostante non mancano le donne. Serenella Antoniazzi, veneziana, si è trovata a un passo dal farla finita. Colpa di una commessa di 311mila euro non saldata che ha messo in ginocchio la sua piccola azienda di levigatura del legno. L’azienda che non pagava era fallita, ma era subito ‘ripartita’ con un altro nome. Serenella non molla e decide di denunciare, dando vita a una class action e cercando di farsi sentire dai Palazzi della politica. E ottiene dal governo l’approvazione del fondo Serenella per il credito alle aziende vittime di mancati pagamenti (30 milioni di euro per tre anni, 2015-2018). Sulla vicenda, ha anche scritto un libro (Io non voglio fallire, edito da Nuova dimensione) e ha messo in scena uno spettacolo teatrale. Racconta di un giorno in autostrada quando chiuse gli occhi aspettando lo schianto. Fortunatamente «pensai a mio figlio e mi fermai», racconta. Da quel momento ha ripianato i debiti anche grazie al fondo e ha creato la ‘Stanza delle idee’, associazione che aiuta imprese in difficoltà con uno sguardo attento all’imprenditoria femminile.