Roma, 31 dicembre 2017 - «Proporremo al Paese un piano di medio termine con tre obiettivi ben precisi: lavoro, crescita, riduzione del debito». Vincenzo Boccia, il numero uno di Confindustria, fissa le tre priorità, con annesse indicazioni operative, che gli industriali italiani porranno a liste e leader in vista del voto del 4 marzo. L’appuntamento clou sarà a Verona, il 16 febbraio, con le Assise generali dell’industria. «Dopo aver promosso la politica dei fattori – avvisa – siamo pronti a inaugurare la stagione delle mission che presenteremo ai partiti in vista delle elezioni. Le mission per noi sono: come incrementare l’occupazione nel Paese (lavoro), come avere una crescita stabile e costante, come ridurre il debito pubblico».

Siamo a inizio d’anno: partiamo dalle previsioni. La ripresa si consoliderà e si espanderà ai settori e ai territori non raggiunti?

«La ripresa si consoliderà se avremo la forza e il coraggio di proseguire lungo la strada delle riforme grazie alle quali il 2017 si chiude con il 30 per cento in più degli investimenti privati, l’8 per cento in più dell’export, un Pil quasi doppio rispetto alle previsioni iniziali e il recupero di quasi un milione di posti di lavoro. Tutto questo grazie a provvedimenti come il Jobs Act e Industria 4.0, che hanno dimostrato di funzionare con effetti positivi sull’economia reale. Dobbiamo sapere, però, che se una parte dell’industria va molto bene ci sono ancora molte imprese, la maggior parte, in mezzo al guado. Dobbiamo saperle traghettare sulla sponda sicura».

Quali opportunità abbiamo davanti?

«Nonostante le molte criticità che il Paese deve scontare – burocrazia farraginosa, lentezza della giustizia, elevato costo dell’energia –, l’Italia è e resta la seconda manifattura d’Europa dopo la Germania. Se solo fossimo capaci di ridurre o eliminare alcune di queste criticità potremmo certamente contendere il primato agli amici tedeschi. Come ripetiamo spesso, non dobbiamo guardare a quello che siamo ma a quello che potremmo diventare».

A quali condizioni questa ambizione può essere realizzabile?

«Innanzitutto che non si smonti il buono che si è fatto. Quando una misura dimostra di andar bene sorge sempre la tentazione di sostituirla con un’altra che non funziona. Ecco, questo è un atteggiamento che dobbiamo cancellare. Le misure di successo vanno confermate e potenziate, perché abbiamo ancora molta produttività da recuperare».

Quali sono, dunque, i rischi del 2018? Come possiamo evitarli?

«Con il debito pubblico che portiamo sulle spalle non possiamo consentirci il lusso di innalzare il deficit. Piuttosto, dobbiamo puntare tutto sulla crescita come precondizione per attivare il lavoro, in primo luogo per i giovani. Solo così potrà mettersi in moto il circolo virtuoso dell’economia: più investimenti, più crescita, più occupazione, più domanda».

Come giudica, allora, le (costose) promesse elettorali sul fisco?

«Degne di attenzione, ma dobbiamo affrontare il nodo risorse. Anzi, dovremmo capire che è nostro interesse mettere al sicuro i conti pubblici e avviare una riduzione strutturale del debito prima che i tassi possano tornare a salire».

La politica, comunque sia, avrà un passaggio essenziale. Quanto e come potranno incidere le elezioni?

«La politica svolge sempre un ruolo chiave. È la funzione più delicata e importante per un Paese. Per questo ci auguriamo, e con le Assise ci proponiamo di renderlo il più chiaro possibile, che qualunque risultato uscirà dalle urne non si vorranno gettare al vento i progressi compiuti e tornare indietro a un passato recente dominato dalla paura e dell’ansietà».

Quanto pesano i rumors e gli annunci di un ritorno al passato in materia di lavoro?

«Molto, moltissimo: in termini d’incertezza per gli investimenti interni ed esteri che restano ad aspettare gli sviluppi e in termini di reputazione internazionale. Come si fa ad avere fiducia in un Paese che in pochi mesi si dà da fare per smontare le buone riforme che ha appena varato? Non saremmo compresi, come già molte volte è accaduto in passato. Tra l’altro altri Paesi come la Francia stanno realizzando le riforme sul lavoro che noi abbiamo già fatto».

L’Italia, però, è sempre il Paese dei veti e dei lacci burocratici.

«Questo è un altro grande tema che merita di essere svolto con grande attenzione. Durante il lungo percorso delle pre-assise che abbiamo compiuto in tutta Italia incontrando e ascoltando migliaia di imprenditori nostri associati è venuto fuori che uno dei punti più sensibili del nostro sistema riguarda il rapporto con la Pubblica amministrazione alla quale chiediamo un comportamento più collaborativo e una maggiore capacità d’innovazione. Non è possibile spingere le imprese oltre la frontiera del 4.0 e lasciare la funzione pubblica all’età della pietra. Ne va della competitività complessiva del Paese vanificando».

Come dimostrano i casi Ilva e Tap, siamo anche il Paese dei freni alle infrastrutture strategiche.

«Che vanno senz’altro realizzate, e subito, assieme alle piccole opere delle quali il Paese ha un grande bisogno. Gli investimenti privati sono ripartiti e ci aspettiamo che lo facciano anche quelli pubblici come secondo motore dello sviluppo. Anche per questo chiediamo regole più chiare e più facili da rispettare mentre abbiamo criticità, sul codice degli appalti, che non permettono la realizzazione delle opere in tempi veloci e certi. La questione temporale è determinante, essa è un fattore di competitività per il Paese».

Gli industriali italiani restano europei?

«All’Europa non c’è alternativa ma non c’è dubbio che dobbiamo impegnarci per cambiarla e avvicinarla ai bisogni e alla sensibilità della gente perché torni a essere popolare. Con i colleghi delle Confindustrie di Germania, Francia e Spagna stiamo dialogando per fissare principi comuni da sottoporre ai rispettivi governi perché la lingua dell’economia è la stessa dappertutto. Dobbiamo imparare a cooperare di più per fronteggiare la concorrenza di Paesi-continente come Stati Uniti, Cina e Russia. L’Europa è il mercato più ricco del mondo, abbiamo un debito aggregato inferiore agli Usa, ma non riusciamo a determinare sbocchi positivi nell’economia reale».

Un’ultima nota: con sempre maggiore insistenza la si accredita come futuro possibile ministro. Ci sta davvero pensando?

«Ci fa piacere dell’attenzione che viene riservata all’istituzione Confindustria, ma per quanto mi riguarda devo confermare la più ferma volontà di dedicare all’Associazione che presiedo tutto il mio tempo e tutto il mio impegno».