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I 106 giorni di Bertacchi "Così la fiaccola ha riacceso il Canada"

L' architetto bolognese è stato il fotografo ufficiale del Comitato Olimpico responsabile della torcia, che ha seguito per 106 giorni. Dai suoi racconti e dai suoi scatti emerge un ritratto intimo e appassionato di un evento che nel Paese nordamericano è stato vissuto da un popolo intero

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Un tedoforo con la fiamma olimpica (foto Luca Bertacchi with IMFcopyright VANOC/COVAN)

Bologna, 18 marzo 2010  - Le Olimpiadi invernali di Vancouver sono ormai concluse, ma forse per lui non finiranno mai del tutto. Perché è difficile dimenticare quei 106 giorni passati in Canada, come lo è, dopo, tornare alla vita di tutti giorni. 45 mila chilometri, più di 1.000 Comunità aborigene visitate, 5 fusi orari attraversati. E' solo un assaggio del personale Canada di Luca Bertacchi, architetto bolognese, classe 1980, con un curriculum che vanta collaborazioni internazionali in Brasile e a Parigi, partito come fotografo ufficiale del Comitato Olimpico.
 

Quella fiaccola l'ha seguita costantemente, dall'emozionante cerimonia di apertura in Grecia, fino all'ultima tappa. Grazie alla sua esperienza, emerge un ritratto inedito delle Olimpiadi, intimo e privato, ma che getta una luce sulla lunga attesa che ha preceduto l'inizio dei giochi. Così come emerge il ritratto di un paese giovane e consapevole delle sue risorse, che ha trovato in questa grande manifestazione sportiva un tassello importante del mosaico della propria storia.
 

Ma ripartiamo dall'inizio, perché un professionista affermato lascia, se pur temporaneamente, uno studio prestigioso come quello di Mario Cucinella Architects per la fotografia? Per Luca non è stata la prima occasione, anche se questa volta il gioco era molto più impegnativo. “Tutto è partito dalle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, quando partii come fotografo di Coca Cola. Rispetto a Torino, però, a Vancouver sono stato il fotografo ufficiale della società di emotional marketing 'Lifeinaclick' per il Comitato Olimpico, in qualità di responsabile della fiamma. Dopo il tour, invece, ho seguito i giochi lavorando nuovamente per Coca Cola. Così ho lasciato temporaneamente lo studio e sono volato ad Olimpia il 22 ottobre scorso per la cerimonia di accensione. La fiaccola ha girato in Grecia per una settimana, fino a ad Atene, dove il fuoco è stato consegnato a John Furlong, il CEO del Comitato Olimpico di Vancouver (Vanoc). Da lì, mi sono imbarcato su un aereo militare canadese per Victoria”.
 

E' così che è iniziato il lungo tour di Luca, che si è snodato per tutto il paese. Ma il Canada, la seconda nazione più grande al mondo, è lungo da attraversare. “La sveglia era alle 5 di mattina, poi partivamo con la carovana, formata da una fila di 90 macchine e da un camper dove stavo io, in posizione privilegiata rispetto al tedoforo, che veniva cambiato ogni 400 metri. Ci fermavamo la sera, quando la torcia arrivava in una città, anche se il mio lavoro proseguiva in albergo, con l'attività di post produzione”.
 

Quello a cui ha partecipato Luca è stato il più lungo torch relay domestico della storia e certi giorni gli spazi sono sembrati senza fine. Spazi indimenticabili, come quando ha scritto: “Il tramonto è immerso nei più intensi colori dell'autunno mai visti prima, il sole cresce lento e tardi e ogni giornata comprende quattro stagioni. Il sole si alterna tra nuvole e scrosci di pioggia e il freddo intenso della mattina diventa un dolce tepore a pranzo per poi diventare un brivido gelato prima di cena”. Ma anche spazi difficili da coprire: “Da Vancouver Island, all'estremo ovest, abbiamo raggiunto tutto il Nord fino alla comunità di Alert, che è il punto più a nord della terra ad essere abitato. Questa tratta, in cui eravamo soltanto 25 membri, è durata 15 giorni. In sole due settimane abbiamo preso 28 aerei, viaggiando con tutti i mezzi, nave, slitta, cavallo, fino a Saint John, sulla costa est, dove è cominciata la parte urbanizzata del tour”.
 

E qui un'altra sorpresa. Proprio lui, un architetto da sempre affascinato dal mondo urbano e metropolitano, ha scoperto che, per la prima volta, era stata la natura sconfinata e imponente ad averlo colpito più nel profondo. Ha scritto in quei giorni: “E' stato quasi uno choc ritornare alle città, al caos, alla confusione e alla frenesia delle metropoli (pensare che fino a 76 giorni fa avrei detto esattamente il contrario)”.
 

Oltre alla forza della natura, però, (“Passato il Natale siamo ripartiti in direzione Nord verso Thunder Bay e il Saskatchewan. Lì il freddo ci aspettava sghignazzando. Per circa una settimana abbiamo avuto la massimo a -20 e la minima con Wind chill anche a -47 gradi”), sono state le comunità aborigene incontrate nel Nord l'esperienza più toccante. Queste 'First nations' rappresentano una delle realtà più interessanti del Canada: “Più di mille, hanno una visibilità in parlamento, e lo Stato le considera parti integranti del paese. Vivono in riserve naturali, hanno una loro economia protetta e ognuna parla la propria lingua. Con noi erano molto ospitali, provavano una grande curiosità per la fiamma, che accoglievano con 'blessing', benedizioni , e balli. E' stato bellissimo quando tre capi villaggio si sono incontrati per la prima volta proprio grazie all’arrivo della fiaccola”.
 

C'è una testimonianza toccante tra le pagine scritte da Luca in quei giorni: “Fantastico quando la gente inizia a raccontare le storie delle loro 'communities'. Qui c'è stata una cerimonia molto emozionante con la maestra novantaduenne del paese che per ultima ha portato la torcia fino al palco dove ha riacceso il braciere. Commovente. Ad aspettarci c'era una folla pazzesca e davanti a questi ex studenti, parenti amici o concittadini, la maestra ci ha ricordato di credere nei sogni, di crede nella forza delle proprie idee e dei sacrifici”.
 

Se c'è un aspetto che del Canada che ha affascinato più Luca, questo è stato sicuramente il senso delle origini, rappresentate proprio dalle realtà native. E' per questo, infatti, che l’ultima sosta della fiamma è stata al padiglione aborigeno, proprio per non dimenticare tale legame che si perpetua. Le stesse Olimpiadi, e questo emerge con chiarezza nel suo racconto, sono state un momento di costruzione di unità nazionale. “Il Canada è un paese giovane, tutto è tradotto in due lingue, ci sono cinque fusi orari e diventa difficile trovare il modo di identificarsi in un’unica nazione. Ecco che allora il filo conduttore diventa il valore della loro terra, il senso delle risorse che hanno. La loro immagine è legata alla natura, come dimostra anche la loro bandiera, e ne vanno fieri. Sono sempre stati neutrali e, grazie alle Olimpiadi, tutto il popolo si è sentito un po’ presente. Abbiamo trascorso tantissime giornate nelle scuole con i bambini, che ci venivano incontro con delle piccole torce”.
 

Proprio la fiaccola, dunque, ha smesso di essere solo un simbolo sportivo, per rappresentare qualcosa di più. E nessuno lo sa meglio di chi quella fiamma non l'ha persa di vista neanche un momento e ha assunto, per lui, un significato in più: “La torcia diventa un simbolo di pace, di unione che permette ad un popolo di riconoscersi. E nel pieno spirito del paese, è stata trasportata in canoa, su ponti pedonali sospesi, a cavallo. C'era una grande volontà che la fiamma toccasse ogni provincia e community. Una delle più grandi differenze con l'Italia, è che il nostro paese è saturo di storia, ogni evento è un piccolo pezzetto di questo mosaico, mentre in una nazione così giovane tutto è in costruzione. La distanza mi ha permesso di capire che l'Italia è statica. Se penso al Canada, l'immagine che mi viene in mente è un cantiere, mentre quella dell'Italia è un'opera come il David, arte di altissimo livello, ma prodotta tanto tempo fa. Noi non ci guardiamo intorno, mentre altri paesi si rinnovano, sperimentano. La nostra cultura è ferma, guarda alla conservazione di se stessa”.
 

Forse è anche per questo che i risultati olimpici non ci hanno premiati e di Vancouver noi avremo sempre il ricordo di un magro medagliere: “Il Canada investiva da almeno 8 anni negli sport invernali, nell'incentivare queste discipline. Da noi invece c'è soltanto il calcio. E' un altro segno di questa staticità”.
 

E' difficile, dopo aver passato più di quattro mesi in un paese, essersi immersi in una realtà fatta di persone e di grandi spazi, tornare a casa come quando si era partiti. Lo stesso vale per Luca Bertacchi, non solo per le foto che rimangono segno tangibile di quei 106 giorni, ma perché qualcosa, ormai, non tornerà più come prima: “La percezione degli spazi, la bellezza del rapporto fra uomo e natura, che là è totale. La paura di essere un po’ sottomessi alla forza della natura, come quando sei -47 gradi, in mezzo alla tempeste di neve, e devi capire chi sei, sapere dove fermarti, imparare qual è il tuo limite”.
 

E per fortuna nella sua vita anche qualcos'altro è cambiato per sempre. Dal momento in cui ha chiesto alla sua ragazza, tedofora anche lei per 400 metri di quel paese sconfinato, di diventare sua moglie. E non è mancato il lieto fine.

di Letizia Gamberini

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