Milano, 24 gennaio 2015 – «Bene o male, purché se ne parli», ammoniva Oscar Wilde. E di verybello.it, il sito varato oggi dal ministero dei Beni culturali per promuovere mostre, concerti, musei e teatro durante i sei mesi dell’Expo, si è subito parlato. Più male che bene. Anzi decisamente male. Per via di quel nome, mezzo italiano mezzo inglese, che dovrebbe rappresentare il meglio della cultura italiana. Oltre 1.300 eventi, dalle collezioni del museo del Poldi Pezzoli alla mostra sull’imperatore Augusto a Roma, dal jazz in Emilia alla raccolta sulla Grande guerra: tutto, per dirla con il ministro Dario Franceschini, verybello. Non poteva passare inosservato.

E tempo zero, su Twitter l’hashtag #verybello fa il botto: il coro di cinguettii è una sequenza di sberleffi. A cominciare da chi ricorda che basta confondere una a con la o per finire su un sito di trucchi per bambine: verybella.it, per l’appunto.

Da questa mattina la rete si sta scatenando: «Se lo chiamavate #sciaobela a sto punto non faceva differenza», scrive Valentina; «#verybello? No, grazie», scrivono dal Workshop dell’arte; «#verybello è davvero #veryridicolo. Sono sconfortata», incalza Nicky. «Apro twitter, leggo #verybello e mi chiedo cosa sia. Poi leggo tutti i tweet e mi sento male», conclude un internauta. E la foto di un'osteria diventa l'ufficio di Expo.

 

Bastassero i commenti. Alessandro Colavitti posta un frame di Totò e Peppino a Milano: «Ma cos’è sto #verybello. A sto punto la mappa dell’#Expo2015 possono chiamarla: “nojo volevon savuar l’indriss”». E vuoi scordarti Verdone? «Se almeno avessimo preso in prestito “un sacco bello”...», scrive Francesca Barra. Mentre il profilo del sommo poeta, Dante Alighieri, fa una tirata in rima: «La frase d’un coatto di paese mi par, nell’approcciar una straniera sfoggiando maccheronico il suo inglese». E c'è chi chiama in causa, per scherzo s'intendo, i fustigatori del ben vestire Enzo e Carla, chi Maurizio Gasparri. E un utente, visto che il logo del sito taglia via dalla penisola la Sicilia, la appiccica in un tweet: e diventa "verybeddu". «Ma un nome meno truzzo?», chiedono in tanti. Qualcuno si domanda se verybello.it non sia il pronipote di Ciao, la mascotte di Italia '90 votata come una delle peggiori della storia. «E chissà quanto ci hanno studiato prima di tirare fuori #Verybello», aggiunge Giuseppe.

Di certo, si sa quanto abbiamo speso: il ministero ha stanziato cinque milioni di euro per la promozione culturale del Belpaese. Anche con il contributo di verybello.it. Una sorta di lunghissima agenda di tutti gli eventi, per ora solo in italiano, anche se dovrebbe fare pubblicità per Expo, quindi in tutto il mondo. Le altre lingue arriveranno presto, promettono da Roma. Così come la versione definitiva del sito, che finora viaggia in beta. Suscitando ancora l'ironia e l'imbarazzo della rete. L'operazione, promossa dal ministro Franceschini, è farina del sacco dell'agenzia di comunicazione Lola, con uffici a Roma e Milano, che sul proprio sito rivendica la partenità del battesimo di "Very bello" che, a giudicare da un'immagine, finirà stampato anche su sacchetti e t-shirt per quella che pare una campagna di merchandising del marchio. "Non siamo il tipico studio di design", scrive sul sito dell'agenzia il fondatore, Andrea Steinfl.

Wilde aveva ragione: a parlarne male, malissimo, il sito nelle prime sei ore di accensione, dicono dal ministero, ha sfondato i 500mila accessi. Già, tutti a vedere il portale della discordia. Ma poi ci tornerà qualcuno?

 

luca.zorloni@ilgiorno.net
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