Desio (Monza). 15 gennaio 2015 - Desio, centro di integrazione e dialogo. Ma anche di tensioni sociali e pressanti controlli sul rischio terrorismo, con la sua grande comunità pakistana. E se ne accorgono anche in America, dove un dossier umanitario dell’Istituto Open Society di New York, sulla «profilazione etnica» dell’Europa, dedica alla città brianzola il più elevato numero di citazioni fra i centri italiani. E dal rapporto, di duecento pagine, basato su una ricerca partita cinque anni fa, emergono scenari e fatti che raccontano di una costante tensione e di controlli pressanti sui musulmani. In primo luogo, la conferma che le due moschee attive in città – quella dei pakistani in via Forlanini e quella dei maghrebini in via Vercesi –, ma anche i vari negozi etnici e phone center, sono costantemente monitorati dalle forze dell’ordine: un musulmano che frequenta la moschea di Desio – è scritto nello studio – nel maggio del 2006 disse che in due occasioni la “police” aveva fatto irruzione in moschea durante la preghiera e aveva chiesto i documenti ai fedeli. Si racconta di controlli di massa degli islamici durante le preghiere del venerdì.

Non solo: si parla di continui controlli a call center e internet cafè gestiti da stranieri, «con un target che non sembrano essere tanto i musulmani quanto gli immigrati». E il proprietario di un phone center di Desio ha raccontato che il suo negozio è controllato due o tre volte al mese, «quando vengono qui controllano tutti i negozi gestiti da pakistani». Ancora più interessanti le dichiarazioni di Mohammad Arshad Syed, allora, e per lungo tempo, leader della comunità islamica di Desio e referente per 33 comunità di pakistani in Italia, quindi personaggio molto influente, che adesso vive a Bergamo: «Il 5/6 per centro della comunità pakistana in Italia – dichiara – possiede piccole imprese. I funzionari hanno fatto un sacco di irruzioni. E sono state create un sacco di complicazioni, con il rischio che tante debbano chiudere». Varie imprese le aveva lo stesso Arshad, che è stato tenuto sotto controllo in tutti i suoi spostamenti, come lui stesso spiega: «Tutte le 33 associazioni sono monitorate. La maggior parte delle persone hanno i telefoni intercettati e sono osservati dai servizi di intelligence. Per un periodo, ho visto che qualcuno mi guardava ogni giorno, dove andavo, quello che facevo. Poi, quando hanno capito che non ho attività sospette, si sono fermati».

La conferma, quanto mai attuale, che le folte comunità islamiche che frequentano la città (si arriva a 2.500 persone, da tutta la zona, durante il Ramadan) sono monitorate da vicino. Perché si teme che anche in un “humus” generalmente positivo possa comunque germogliare qualche “scheggia” pericolosa. Nello studio americano, si riferisce di telecamere, microspie, intercettazioni, per tenere sotto controllo le moschee della zona. Nel documento si sottolinea che «la paura porta molti musulmani a evitare attività politiche». Arshad ha dichiarato che dopo gli attentati di Londra del 2005, molti nella sua comunità avevano paura di partecipare a una manifestazione contro il terrorismo: «Temevano che sarebbero stati osservati e fotografati». Qualcuno si sarebbe persino rasato la barba e avrebbe pregato solo in segreto. «Questa paura – sostiene l’Istituto di New York - sta aumentando l’isolamento dei musulmani nella società e creando danni per le relazioni interetniche e la coesione sociale».