Napoli, 26 luglio 2016- L'inseparabile smartphone un po’ feticcio e un po’ spauracchio, soprattutto se a farne uso è un branco di baby-stupratori. Svolta nelle indagini, con 11 arresti di minorenni, per la violenza sessuale di gruppo subìta da una ragazzina di 15 anni nel giugno scorso a Pimonte, sui monti Lattari, nel Napoletano. La vittima ha raccontato ai carabinieri, poi al magistrato con l’assistenza di una psicologa, di essere stata minacciata dopo aver avuto un rapporto con il suo fidanzatino, che aveva filmato la scena di sesso con il cellulare. «Finirà tutto sul web», le avrebbe detto lui, «se non sarai gentile con i miei amici». E gli amici erano arrivati a frotte e ne avevano approfittato almeno in tre occasioni, mentre il materiale filmato si arricchiva di nuove clip e il ricatto sembrava prolungarsi all’infinito. Poi la denuncia della ragazzina di Vico Equense ha innescato l’inchiesta, e il gip del Tribunale dei minori di Napoli ha emesso 11 ordinanze di custodia cautelare, eseguite dai militari tra Pimonte, Gragnano, Vico Equense e Castellammare di Stabia. 
 
Secondo i militari dell’Arma, il branco era formato da 12 minorenni, ma uno di loro, che ha meno di 14 anni, non può essere iscritto sul registro degli indagati. Gli altri 11, compreso il fidanzatino coetaneo della vittima, sono ora affidati a una comunità, come prevede il codice. Hanno tra i 14 e i 17 anni. Il capobranco appartiene a una famiglia legata a un boss locale, altri due componenti hanno vincoli di parentela con personaggi della criminalità attiva tra la Costiera e l’entroterra.

Lo «stupro a puntate» era diventato di dominio pubblico 20 giorni fa, in seguito a un articolo apparso su un sito internet che annunciava l’avvio di indagini per una presunta violenza di gruppo da parte di minorenni ai danni di una quindicenne, accostando la storiaccia a una analoga vicenda accaduta, sempre a giugno, a San Valentino Torio (Salerno). In quel caso una ragazzina di 16 anni, stuprata in un garage da 5 minorenni, era stata bersaglio di insulti su Facebook per la sua decisione, da lei rivendicata con forza sul profilo social, di denunciare il fatto.

Qualcuno evidentemente informato sugli sviluppi dello stupro sotto ricatto aveva fatto circolare la notizia. E l’ideatore della violenza di gruppo, proprio il fidanzatino, aveva amplificato la risonanza dell’episodio andando a minacciare pubblicamente, nella piazza del paese, l’autore del post, un quarantenne. E i suoi complici, del resto, non erano stati da meno inviando ad amici e compagni di scuola i video con Whattsapp oppure caricandoli su Facebook. Materiale che ora è sotto sequestro o rintracciato su Internet dagli investigatori. 
 
Le famiglie della maggior parte dei minori incriminati, invece, non avrebbero legami con la malavita: operai, manovali, casalinghe che stanno vivendo questa storia con grande vergogna e dolore. Anche la famiglia della ragazzina sarebbe di umili origini.