Milano, 17 luglio 2017 - La Corte d'Assise di Milano ha condannato all'ergastolo Rocco Schirripa, ritenendolo uno degli esecutori materiali dell'omicidio del magistrato Bruno Caccia. Il giudice, procuratore di Torino, fu ucciso da un commando della 'ndrangheta nel giugno del 1983 nel capoluogo piemontese. Per il delitto è stato già condannato in via definitiva come mandante Domenico Belfiore, dell'omonimo clan. 

"Sono il capro espiatorio che l'accusa voleva trovare a tutti i costi. Non c'è niente di più facile che dare la colpa a uno che ha precedenti con la giustizia e che è calabrese", aveva detto prima della condanna Schirripa ribadendo la sua "innocenza" e annunciando "lo sciopero della fame" in caso di condanna. Condanna giunta al termine del processo (ripartito 'da zero' dopo un vizio formale) a carico del 64enne ex panettiere, arrestato nel dicembre 2015 a oltre 30 anni di distanza dai fatti. 

La Corte, presieduta da Ilio Mannucci Pacini, ha anche disposto a carico di Schirripa risarcimenti in favore delle parti civili Regione Piemonte, Comune di Torino, Presidenza del Consiglio e Ministero della Giustizia, con provvisionali dai 300mila euro ai 50mila euro per i familiari del magistrato, tra cui i figli, anche loro parti civili. 

Secondo la ricostruzione del pm Marcello Tatangelo, che ha chiesto e ottenuto l'ergastolo, l'ex panettiere avrebbe fatto parte del gruppo di fuoco che quella sera a Torino freddò a colpi di pistola l'uomo, uscito senza scorta per una passeggiata con il suo cane. Secondo l'accusa, Caccia fu ucciso dalla 'ndrangheta a causa del suo "estremo rigore": il suo interesse verso le "attività finanziarie" dell'organizzazione mafiosa lo avrebbe reso particolarmente scomodo al clan. 

Tra le prove a carico di Schirripa una serie di dialoghi, registrati con un virus inoculato negli smartphone di Domenico Belfiore e di altri 'ndranghetisti, tra cui suo cognato. 

"Questa sentenza è giusta, ma speriamo che non finisca qui. Ci sono ancora tanti aspetti da indagare e pezzi di verità da aggiungere", hanno commentato Paola e Cristina Caccia, figlie del magistrato ucciso. "Siamo d'accordo con la sentenza - hanno aggiunto - dalle intercettazioni emergeva che Schirripa ha avuto un ruolo, anche se non si è capito quale". Cristina e Paola Caccia hanno ricordato di essere state loro a dare l'imput alle indagini che hanno riaperto il 'cold case' presentando un esposto. "Non possiamo dire che giustizia è stata fatta, sul movente c'è ancora molto da fare e da capire. Ora speriamo che si possa allargare. Ci fa arrabbiare che sia passato tutto questo tempo, 34 anni, e che siano sempre i familiari a dover pungolare la giustizia per chiedere chiarezza".

In Procura a Milano (competente per i reati contro magistrati torinesi) c'è anche un'inchiesta, tuttora aperta, a carico di Francesco D'Onofrio, ex militante di Prima Linea e ritenuto vicino alla 'ndrangheta, indagato a piede libero come altro esecutore materiale dell'omicidio, sulla base delle dichiarazioni di un pentito.