Pescara, 14 novembre 2017 - S’avvicina titubante, il volto è disperato, incerto se parlare o no. «Sono il papà di Marinella Colangeli – si presenta –. Lei è morta qui». Aveva solo 30 anni, dirigeva la Spa dell’hotel Rigopiano, un lavoro che amava. È quasi il crepuscolo, fa freddo, sul Gran Sasso c’è la neve, scende la nebbia. Silenzio. A quest’ora, il 18 gennaio, nella hall del quattro stelle i clienti erano pronti a partire, avevano saldato il conto e fatto i bagagli. Aspettavano solo lo spazzaneve, la provinciale era sepolta. Ansia. La valanga è arrivata prima. Una strage: 29 morti, 11 scampati. Ci sono tanti vasi di fiori freschi e lumini accesi sotto le foto chiuse nella bacheca di legno, il racconto delle vite perse, quanti ragazzi.

«Salgo quassù ogni giorno, per una preghiera – racconta con la voce incrinata dalla commozione Nicola Colangeli, 69 anni, autista in pensione, oggi tabaccaio a Farindola –. La nostra vita è un inferno. Il giorno provi a lavorare ma la notte... La notte non passa mai. Mia moglie è imbottita di medicine, io non riesco a dormire».

Passa un camion, s’interrompe, il tono di voce diventa duro, di colpo. «Cosa vengono a fare qui, cosa cercano? Sotto queste macerie sono seppelliti i nostri ricordi. Ci hanno restituito il cellulare di Marinella, ma è in condizioni pessime». Guarda oltre la rete che recinta l’area dell’hotel messa sotto sequestro dalla procura. «Là sotto ci sono le valigie di nostra figlia, aspettiamo di riaverle, come tutti. Marinella quel pomeriggio stava parlando al telefono con la sorella che abita a Penne. Era crollato un supermercato, chiedeva se c’erano stati morti. L’altra mia figlia, Antonella, ha fatto solo in tempo a rispondere di no, su questo la linea s’è interrotta. Erano le 16.49: in quel momento è finito tutto». Ora lo sguardo s’incendia: «’Naltro po’ è colpa nostra, che ci tenevamo i figli qui, a lavorare o in vacanza. Noi familiari siamo tornati in prefettura a Pescara. Le risposte? Tutte negative. Le istituzioni mi hanno deluso tanto. Si dovevano pulire solo nove chilometri di strada, nove chilometri capito? Nel 2017 non si può morire come topi. Non si possono lasciare quaranta persone così, con ’sti mezzi che stanno per il mondo, dopo la disgrazia sono arrivati persino dalla Svizzera... Tutti sapevano che tempo faceva e quanta neve sarebbe caduta. Ci voleva la turbina, le strade di montagna qui si sono sempre pulite così. Io più che al prefetto vorrei chiedere perché alla Provincia e alla Regione. Avevano garantito la massima sicurezza. Invece dal 17 si è bloccato tutto ed ora eccoci qua. Devono pagare, dal primo all’ultimo».

Comincia a far buio, si vedono meglio i lumini. L’hotel Rigopiano è un cumulo di macerie, una distesa di detriti, materassi, lampade e alberi, radici possenti sradicate da una forza sovrumana. La strada macinata dalla valanga, lungo il canalone, finisce su quel che resta dell’albergo, centrato come fosse un birillo. Hanno preparato il cantiere per sgomberare tutto, la bonifica partirà dalle piante. Ma tra poco scatterà l’allerta valanghe, se ne riparlerà in primavera. Le strade per arrivare quassù sono disastrose. Una sequenza infinita di frane, buche, avvallamenti. Sembra un altro sfregio alle vittime, dopo quasi un anno non è cambiato niente. Se arrivi da Penne o da Castelli il risultato è lo stesso. Tra un avviso di pericolo e l’altro si vedono sassi sulla strada, la montagna continua a parlare. Nicola Colangeli s’avvia verso casa, verso un’altra notte senza sonno. Dice: «Mai sentito parlare di pericolo, mai. Valanghe, canalone, mai. Tre anni fa in albergo erano rimasti bloccati per la neve, c’erano anche dei bambini, li avevano liberati dopo tre giorni. Quante volte io e mia moglie abbiamo detto a Marinella, dai, vieni a lavorare con noi, in tabaccheria. Ma lei non voleva. Amava così tanto il suo lavoro, lei».