Roma, 15 febbraio 2017 -  Oramai è una emergenza conclamata. Il suicidio è la seconda causa di morte tra i ragazzi sotto i 20 anni. E in Italia il 12% dei quattromila decessi annui legati a questo gesto estremo riguardano proprio giovani e giovanissimi. Insomma, quasi 500 giovani ogni anno si tolgono la vita. Le motivazioni sono tante, ma quasi sempre ci sono dei campanelli di allarme che l’ambiente familiare e la scuola non devono assolutamente sottovalutare.

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Tra questi spiccano i bruschi cambi di umore, i comportamenti autolesivi come tagliarsi o ferirsi, il drastico calo del rendimento scolastico, l’estrema irritabilità e le rezioni eccessive. Ma al di là di gesti estremi sono sempre di più i giovani ‘malati nell’anima’ e, oltre alla depressione e ai disagi psicologici spesso collegati all’uso di sostanze stupefacenti, si fanno largo anche nuove forme di malessere tra i teenager.

L’ultimo fenomeno viene dal Giappone e si chiama ‘Hikikomori’: si tratta di ragazzi che tagliano i ponti con il mondo esterno, verso il quale sviluppano fobia ed odio, rinchiudendosi letteralmente nella propria casa per mesi o anni, avendo come unico collegamento con il mondo la Rete. In Giappone, dal 2000 a oggi, i casi noti sfiorano il milione. Il fenemoneno degenerato sta prendendo piede anche in Italia: i giovani ‘Hikikomori’, secondo alcune stime, sarebbero tra i 20 e i 30mila.

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AI RAGAZZI servono «regole» e non genitori «amici» che non mettano confini e che «lascino correre le cose»: Massimo Ammaniti, professore onorario alla Sapienza di Roma e psicoanalista dell’International Psychoanalytical Association, spiega da cosa nascono le vulnerabilità dei giovani. Tanto più che spesso accade che, come scrive nel suo saggio La famiglia adolescente l’adolescenza appartenga ai figli «ma investa l’intera famiglia». «È sempre stato così, ma oggi lo è in modo particolare e specifico – spiega -. I ruoli non sono più rigidi, prefissati, e a non sentirli così sono proprio coloro che li incarnano. I genitori di oggi sono soli, sentono così liquido il proprio ruolo che cercano conforto e conferma dai figli, persino una legittimazione».

Professore, i dati – oltre ai casi di cronaca registrati in questi ultimi giorni - sono allarmanti: su 4mila suicidi all’anno il 12% vede protagonisti giovani sotto i 20 anni…
«La seconda causa di morte per gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali, è il suicidio. Cosa significa? Che indubbiamente in certi ragazzi l’adolescenza è particolarmente problematica per alcune vulnerabilità che sono in parte legate all’adolescenza stessa ma che in parte questi ragazzi si portano dietro fin dall’infanzia».

Ma come si può arrivare a togliersi la vita a 16 anni?
«Il suicidio è un atto particolarmente complesso negli adolescenti, perché non sempre hanno il senso che si tratti di una cosa irreversibile. Anche l’idea della morte non è esattamente quella di un adulto: a volte non hanno il senso delle conseguenze di quello che fanno e di quello che può succedere, a 16 anni il cervello non è ancora completamente maturo. Insomma, capire le conseguenze delle azioni può essere difficile. Poi, a volte, ci sono reazioni impulsive molto forti e una difficoltà a regolare il proprio comportamento».

Da cosa nasce questa grande vulnerabilità dei ragazzi?
«Sicuramente sono indifesi. Si tratta in parte di vulnerabilità individuali – non tutti i bambini nascono allo stesso modo – e spesso la situazione in famiglia è complessa. La famiglia è cambiata, ci sono uno o al massimo due figli, i genitori investono molto su di loro e questo può creare una serie di problemi nel distacco dei figli al momento dell’adolescenza. Ciò accade perché sono fortemente inseriti nel mondo dei genitori, i quali tendono ad essere un po’ troppo amici. In questo modo il processo del distacco è complicato».

Insomma no ai genitori-amici?
«Il punto è che i genitori devono mettere confini e punti fermi al figlio adolescente che vive momenti di confusione. I genitori devono essere presenti, attendibili e rappresentare un riferimento. Oggi c’è molto questa idea di essere amici dei figli: si preferisce lasciare correre le cose invece di affrontare il contrasto, il conflitto che nasce quando si mettono delle regole».

Bene, quindi, le regole…
«I genitori devono dare delle regole e mettere dei confini, i figli si ribelleranno però così i genitori sono presenti».

Il ruolo dei social media è positivo o negativo?
«È chiaro che i social media hanno aspetti sicuramente positivi, ma sono anche molto rischiosi perché alla fine succede che a cena stiano lì a guardare il telefonino non solo i figli ma anche i genitori. Così si perde il senso dell’incontrarsi e dello stare insieme. Poi i figli al termine del pasto si chiudono nella loro stanza e continuano a chattare fino a tardi. Questo crea anche dei problemi nella regolazione del sonno. Insomma, manca un genitore che dica ‘a quest’ora si va a letto’».