Roma, 13 luglio 2017 - Sognava di diventare un campione di calcio Solomon Nyantakyi, arrestato ieri a Milano da una pattuglia congiunta di polizia ed esercito per aver massacrato la madre e la sorella, ma un demone gli ha tarpato le ali. Nato ad Accra, in Ghana, il 25 marzo 1996, Solomon vive da 13 anni in Italia dove si era trasferito a otto anni con la famiglia, raggiungendo il padre. Il ragazzo aveva davanti a sé un promettente futuro dopo aver vinto il campionato allievi col Parma. Il massacro di madre e sorella è forse l’ultimo e il più doloroso capitolo del crac del Parma Fc: in quel naufragio sportivo Solomon non perse solo il cartellino, ma anche una prospettiva di carriera, di vita e una famiglia, che assieme a quella naturale, lo stava proteggendo. Era il pupillo dell’ex direttore del settore giovanile crociato Francesco Palmieri, che lo aveva convinto a restare a Parma nonostante un’offerta, pesante, del Milan.

Il suo mito è il funambolo colombiano della Juventus, Cuadrado. Aveva iniziato a giocare appena arrivato in Italia all’Aurora, poi si era trasferito per anni al Milan Club, quindi era arrivata la sua grande occasione alla Primavera del Parma. A 17 anni era stato convocato in prima squadra da Roberto Donadoni («è il giorno più bello della mia vita», disse ‘Nyanta’ dopo la prima panchina), allora allenatore dei ducali, nel 2014, periodo del crac, ma problemi comportamentali gli hanno impedito di fare il salto di qualità.

«Ricordo Solomon – racconta Donandoni –, ma non è facile inquadrare il carattere di un giovane in serie A. Era un ragazzo tranquillo, anzi taciturno». Negli ultimi tempi giocava nell’Imolese nel suo ruolo di sempre, quello di centrocampista. Dal 2015 aveva militato nel Tuttocuoio, team del Pisano. «Era un ragazzo pacifico. Ma ha sofferto di depressione – racconta Cristiano Lucarelli, ex attaccante del Livorno e della Nazionale, che allenò Solomon nelle giovanili del Parma –. Mai l’ho visto alzare la voce, litigare con qualcuno, avere una reazione scomposta. Era ipereducato, un po’ chiuso, non legava con nessuno in particolare: cosa singolare tra i suoi coetanei, specie i ragazzi africani molto estroversi».

Esigente, determinato, severo con sé stesso ma anche timido e riservato. Appare così Solomon nell’intervista di tre anni fa a Parma Channel. «Il calcio per me significa molto, è l’unica cosa che so fare», spiegava confessando di andare «malissimo a scuola». Solomon parlava anche dell’infanzia: «Sono nato in Ghana, mi sono trasferito qua con la famiglia. Dopo ho avuto una sorellina». La piccola Magdalene, rimasta vittima del massacro. I suoi compagni e lo staff dell’epoca lo descrivono come un «bravo ragazzo». Qualcuno però si spinge a dire: «È molto riservato. Un ragazzo particolare».