Roma, 1 luglio 2017 - Il governo italiano è in pressing sull’Ue per ottenere aiuti concreti nella gestione dell’emergenza immigrazione. E sul tavolo della trattativa è stata calata anche una carta pesante, quella della chiusura dei porti italiani alle navi di soccorso delle Ong che non battono bandiera italiana. Una minaccia che però ha più il senso di un avvertimento che di una strada realmente percorribile.

Migranti, nuovo schiaffo europeo. "Non sarà presa alcuna decisione"

Mercoledì prossimo il ministro dell’Interno Marco Minniti terrà una informativa alla Camera in vista del vertice con i suoi omologhi Ue di giovedì 6 e venerdì 7 a Tallin (Estonia), dove ufficializzerà, d’accordo con il premier Paolo Gentiloni che ha avallato tutta l’operazione, le nuove richieste italiane. Il ministro Graziano Delrio però non ha dubbi: «Nessun porto chiuso, lo dico da responsabile della Guardia costiera e delle operazioni di soccorso ai migranti. Non stiamo rinunciando a quei princìpi di umanità che l’Italia ha messo in campo con i governi Renzi e Gentiloni».

Insomma il ragionamento che si fa dalle parti di Delrio è che la ‘fermezza’ nel richiedere un intervento e una corresponsabilità della Ue nella gestione del flusso migratorio non può adombrare il sospetto che si possano lasciar morire i migranti in mare. Quello sui porti chiusi si può dunque considerare uno ‘warning’ affinché l’Ue dia aiuti concreti. Non è che, si fa notare, chiudere i porti possa essere di per sé la soluzione, va presa in considerazione tutta la catena di soccorso e accoglienza di cui i porti sono solo un elemento.

Del resto, secondo quanto si apprende, di una chiusura dei porti non si è mai discusso in Consiglio dei ministri. Ieri la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha sottolineato che è il momento che l’Ue passi «dalle buone parole ai fatti concreti», senza però fare nemmeno un accenno alla chiusura dei porti. Intanto le nuove norme sull’immigrazione restano ancora sulla carta. L’accordo con la Libia – firmato dal titolare del Viminale Minniti e dal premier Al Serraj – per fermare le partenze non ha dato i frutti sperati. I Cie stessi dovevano sparire, ma non è ancora a regime la rete di Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).

L’idea era quella di distribuirli su tutto il territorio ma non è così semplice farlo, sia per motivi logistici sia per le resistenze di alcuni sindaci e amministratori locali. Senza i Cpr funzionanti (non c’è ancora nemmeno la mappa definitiva della dislocazione), che sulla carta dovrebbero avere una capienza limitata di 100-150 posti al massimo, restano aperti i Cie con tutti i problemi legati al sovraffollamento e alle condizioni di vita.

Sul fronte giudiziario il decreto Minniti prevede l’istituzione di 26 sezioni specializzate (tante quante le sedi di Corte d’appello) in materia di immigrazione con giudici scelti tra quelli «dotati di specifiche competenze» e dopo aver seguito corsi di formazione ad hoc. Per ora sul piano pratico non si è visto nulla. In più, ci si è messo lo sciopero dei giudici di pace (loro convalidano le espulsioni) che inizia lunedì e durerà tre settimane. Nel bel mezzo di un’estate di sbarchi.