Pesaro, 2 giugno 2017 - Magnini si sente tranquillo, il suo medico Guido Porcellini anche. Ma la procura di Pesaro non ha avuto esitazioni a spedire le carte dell’inchiesta alla procura antidoping. Perché farlo, se è tutto ok? Quale interesse ci può essere se Magnini non ha utilizzato sostanze proibite? O meglio: se non c’è la prova di questo? La procura di Pesaro ha stabilito che era solo il destinatario. Dunque, le ha chieste quelle sostanze? Negli atti della chiusura indagini si parla ripetutamente di destinatario, nella nota di ieri della procura si parla di «sostanze offerte a Magnini». Non sembra, ma il significato è differente.

Andiamo per ordine. In un’intercettazione del 21 ottobre 2015, il dottor Porcellini parla col suo factotum De Grandis: «...quanto tempo la molecola del Tb500 sta nel sangue?» Risposta: 15 giorni. «Non mi piace – replica Porcellini – (troppo tempo per lo smaltimento... rischio riscontri antidoping, scrivono i carabinieri del Nas) perché anche se uno si riempie (di trattamenti depurativi, scrivono i Nas) troveranno tracce». A un certo punto il loro fornitore Jimmy il cinese propone loro il Trembolone. Porcellini al telefono con l’amico dice: «È come buttare giù la benzina nello shuttle» e aggiunge che «...niente è veleno, tutto è veleno è la dose che fa veleno... se non ci fa male... raddoppiamo la dose... non è un problema alla fine ci facciamo male anche con l’acqua gassata».

Tra l’altro si è scoperto che molti preparati venivano confezionati dalla farmacia Rivazzurra di Rimini. Porcellini in una telefonata del 26 ottobre 2015 chiede alla farmacista se ha preparato l’Oxandrolone, e lo Stanozolo (principi attivi steroidi in classe doping – scrivono i Nas). Poi Porcellini e la farmacista commentano le reazione avverse che si sono verificate nell’ultimo periodo: 50 persone con prostatiti e infiammazioni. Ma è il messaggino del 23 novembre 2015 inviato da Porcellini a De Grandis a far risuonare il nome di Magnini in procura. Il medico dice di aver ricevuto 1.200 euro da Magnini e di averli già spesi. «La conversazione – scrive il Nas – viene interpretata come relativa al denaro che Magnini ha anticipato come testimonierebbero le comunicazioni del 19 e 20 novembre». E il 24 novembre, nel pomeriggio, Magnini chiede in una telefonata a Porcellini di «mandargli quei dati per il suo amico». Dal 30 novembre, il telefono di Filo Magnini verrà messo sotto controllo. Non solo: il campione di nuoto pesarese verrà pedinato, lo vedono incontrare Porcellini insieme al nuotatore Santucci al casello di Pesaro.

È il 5 gennaio 2016. Non c’è passaggio di nulla. Ma il Nas era lì, nascosto a videodocumentare. Il 29 gennaio del 2016, i carabinieri fanno il primo sequestro a casa di Porcellini, poi ci tornano il 24 febbraio e anche il 7 aprile. Si legge in una nota della procura di Pesaro: «Nell’aprile 2016 la Procura della Repubblica aveva chiesto una misura cautelare interdittiva nei confronti di Porcellini, per commercio di sostanze anabolizzanti, medicinali guasti e imperfetti, e la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per De Grandis. Il gip, però, aveva respinto l’istanza cautelare. Le indagini erano proseguite con il sequestro di altre sostanze». Porcellini in serata ha detto: «Sfido qualunque atleta che ho seguito, Magnini, Fognini, Pellegrini, Hackett, a dire che io gli abbia mai dato un farmaco. L’ormone della crescita era per me. Io non ho mai dato un farmaco a uno sportivo. Il mio lavoro e i miei prodotti servono ad aiutare gli atleti a sopportare la fatica. Non sono doping». L’avvocato difensore Manetti dice: «Sono certo che lo sviluppo processuale dimostrerà l’assoluta estraneità di Porcellini da episodi di doping sportivo».