Londra, 7 ottobre 2017 - Quanto costano i nostri dati personali? Che valore di mercato hanno? Ve lo siete mai chiesti? Proprio per rispondere a questo quesito, nella East London, in Old Street Station, è stato aperto un negozio per un breve periodo di tempo. Un negozio diverso da tutti gli altri.

La sua particolarità? Non si accetta denaro: né banconote, né monete, né criptovaluta o bitcoin. Ma come si fa a pagare allora? Si può solo in un modo: cedendo i propri dati personali. E' il “data dollar store”. Al suo interno, in vendita, opere e gadget dello street artist Ben Eine, un idolo dei londinesi. I clienti si sono messi in coda molto presto per aggiudicarseli. Arrivati alla cassa, però, hanno avuto una sorpresa. Per poter portare a casa gli acquisti, hanno dovuto regalare un po' dei dati personali contenuti nei loro smartphone: una foto, un messaggio, un video, un file audio. Alla domanda "Quanto costa?", il commesso rispondeva in “data dollars”. Quando i clienti hanno capito in cosa consistesse lo scambio, non tutti hanno accettato e qualcuno ha pronunciato anche la frase magica: "C'è la mia privacy da difendere". Ma molti, dopo la sorpresa iniziale, hanno alzato le spalle e hanno pagato con i loro “data dollar”, favorendo l’aumento della nuova valuta. Così, per una tazza, ad esempio, hanno dovuto cedere tre screenshot delle conversazioni Whatsapp o degli sms. Una maglietta è costata le ultime tre foto scattate dalla videocamera del proprio smartphone e per una stampa originale di Ben Eine, i clienti hanno dovuto consegnare direttamente il proprio cellulare al negozio con tutti i loro dati da poter visionare. 

La provocatoria iniziativa è stata ideata e promossa da Kaspersky Lab, società di cybersecurity, per dimostrare quanto in realtà valgono a livello commerciale le informazioni personali che scambiamo ogni giorno e senza la dovuta protezione in termini di privacy. Ma soprattutto che non abbiamo consapevolezza del valore economico degli dati: un ostacolo che ci impedisce di comprendere quanto sia necessario proteggerli. Non proteggere i propri dati personali, dunque, è come lasciare incustodito il portafogli con dentro soldi e carte di credito su una panchina al parco e andarsene. Una cosa che nessuno farebbe, eppure è quello che fa il 40 per cento degli utenti di rete, secondo Kaspersky, che lasciano il proprio device di connessione alla rete privo di protezione informatica adeguata. "Per noi il Data Dollar è principalmente un mezzo per sensibilizzare gli utenti sul valore dei dati - ha spiegato Morten Lehn, general manager di Kaspersky Lab per l'Italia -. Quindi, se un sito web offre dei servizi gratuitamente, ma chiede in cambio i dati personali dei clienti per monetizzare il proprio servizio, dovrebbe utilizzare il simbolo del Data Dollar, per dimostrare che si sta verificando una transazione". Il Data Dollar Store è stato ideato anche per attirare altri player di mercato ad unirsi a questa attività, utilizzando il simbolo del Data Dollar. L’obiettivo è infatti dimostrare che i dati hanno un valore economico che può essere utilizzato per gli acquisti nei negozi del futuro. Nel mondo di domani, dunque, pagheremo in data dollar? L'idea sembrerebbe una provocazione futurista, ma potrebbe anche essere una realtà non lontana, visto il valore che tutti, banche fintech, istituzioni, addetti ai lavori, cominciano a dare ai Big Data, i dati personali. Del resto, un’inchiesta pubblicata nel 2013 dal Financial Times permetteva di stabilire con esattezza il valore dei dati personali. Nome, età, etnia, codice di avviamento postale e livello di istruzione di 10mila persone diverse valgono, mediamente, 5.139 euro.