Noli (Savona), 15 settembre 2017 - Settantadue anni dopo, la pietà fatica a farsi strada. Settantadue anni dopo, una ragazzina di 13 anni pestata, violentata, uccisa con un colpo di pistola da partigiani comunisti perché ritenuta una informatrice dei fascisti suscita ancora scandalo perché il Comune di Noli ha deciso di dedicarle una lapide. Ma ci sono morti e morti e la storia di Giuseppina Ghersi a Savona è un tabù, brucia ancora. L’Associazione partigiani è in prima fila tra chi protesta per l’iniziativa. «Giuseppina Ghersi – dice Samuele Rago, presidente provinciale dell’Anpi –, al di là dell’età, era una fascista. Eravamo alla fine di una guerra, è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili. Era una ragazzina, ma rappresenta quella parte là. E una iniziativa del genere ha un valore strumentale: protesteremo col Comune di Noli e con la prefettura».

Altri, a sinistra, la pensano diversamente. «Non capisco – dice Bruno Spagnoletti, ex dirigente Cgil savonese – come si possa giustificare l’esecuzione di una bambina di 13 anni». E pure tra i partigiani. L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, Sezione Sestri Levante e Tigullio, si è dissociata dall’Anpi sulla targa intitolata a Giuseppina Ghersi. L’Anpc, si legge in una nota «non può condividere l’ostilità a una iniziativa, come quella del Comune di Noli, che si limita a rendere la dovuta memoria a una vittima innocente degli eccessi della guerra di Liberazione». 

L’iniziativa, «oltre a rendere pietà a una giovane vita ingiustificatamente stroncata, contribuisce a tributare il giusto omaggio a coloro, la maggioranza, che, pur combattendo risolutamente, non si sono resi responsabili di inutili atrocità». Il sindaco Giuseppe Niccoli, che ha sposato la proposta del consigliere Enrico Pollero – entrambi di centrodestra –, va avanti e annuncia che la lapide sarà inaugurata in piazza Fratelli Rosselli («altro sfregio», ribatte l’Anpi) il 30 settembre: «I bambini non hanno colpe». In questo caso, oltretutto, presunte.

«Era stata messa in giro la voce – mise a verbale la madre, Laura Moncelli – che Giuseppina fosse una spia, probabilmente dovuta al fatto che al piano terreno della mia abitazione, in una appartamento di altra proprietà, alloggiassero alcuni San Marco, con i quali qualche volta la bambina si intratteneva». E non solo. A pesare sarebbe stato anche una lettera del segretario personale del Duce, indirizzata «alla piccola italiana Pinuccia Ghersi», nella quale si informava che Mussolini «ha preso atto dei sentimenti espressi nella vostra lettera», una missiva che vinse un concorso. 

Sta di fatto che «Pinuccia Ghersi, spia della questura di Savona» secondo una velina dei partigiani, «impiegata della federazione fascista e cooperante dei fascisti» secondo un’altra, fu sequestrata il 25 aprile 1945 da tre partigiani, portata al campo di Legina dove i partigiani avevano concentrato i fascisti. Lì le tagliarono i capelli, fu pestata a sangue e seviziata sotto gli occhi dei genitori, abusata per giorni e finita, il 30 aprile, con un colpo di pistola, prima di essere buttata in una fossa comune. Aveva 13 anni, e per questo la sua morte ancora fa scandalo.