Bologna, 1 ottobre 2017 - Tomas Lindahl, il Premio Nobel del 2015 che studia come prevenire i tumori a partire dal Dna, sarà a Bologna domani (ore 18, Aula absidale di Santa Lucia) per l’anteprima dell’edizione 2018 del Festival della Scienza Medica (www.bolognamedicina.it) . Parlerà di terapie anticancro e malattie rare a partire dalla scoperta dell’instabilità della doppia elica, l’indagine che gli è valsa il Nobel. Nel suo intervento sarà introdotto da Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae, e da Lucio Ildebrando Maria Cocco, Ordinario di anatomia umana all’Università di Bologna.

Professor Lindahl, perché le sue scoperte sono state definite una cassetta degli attrezzi?

«Perché l’Accademia ha premiato degli studi meccanistici, la scoperta degli enzimi che riparano porzioni di Dna, salvaguardando le informazioni genetiche».

Secondo questa visione il tumore diventerà una malattia della vecchiaia, in che modo?

«Attraverso i primi farmaci anticancro che puntano a influenzare i percorsi di riparazione delle cellule tumorali, inibendo enzimi. Come fermare un muratore che sta costruendo una parete storta».

Ma come fa questo processo a convivere con l’anziano?

«Perché la malattia acuta, che conduceva a morte a volte anche nel giro di poco tempo, con questi farmaci potrà essere assimilata al diabete di tipo 2. Terapie che porteranno, se non a guarigione, a una cronicizzazione, intendo malattia della vecchiaia in questo senso».

Malattia cronica, cioè convivere con un ospite scomodo per tutta la vita?

«Cronicizzare significa arrivare a tenere sotto controllo la malattia fuori dalle strutture ospedaliere, con farmaci che oltre a combattere le cellule malate siano in grado di assicurare una buona qualità di vita, compatibilmente con la fisiologia dell’invecchiamento».

Un bel punto di arrivo.

«Intendiamoci, c’è ancora tanto cammino da fare; personalmente ho aperto la strada con la individuazione dei primi bersagli, enzimi che riparano male, quei muratori che indicavo prima».

Da dove siete partiti?

«Dai meccanismi alla base della prima target therapy per il tumore ovarico, nelle pazienti con mutazioni BRCA1 o BRCA2».

È la condizione che Angelina Jolie ha portato alla ribalta.

«In effetti l’attrice si era dichiarata positiva al test genetico sulla mutazione ereditata dalla madre morta di cancro a 56 anni».

Facciamo un passo indietro, da dove proviene l’insidia dei tumori?

«Ogni giorno il nostro Dna è danneggiato da ultravioletti, radicali liberi e sostanze cancerogene, ma anche senza attacchi esterni le molecole di Dna sono instabili».

Abbiamo la chirurgia, la radioterapia, chemio e immunologici. Lei ha decifrato segnali cellulari, che cosa ha visto?

«Che gli enzimi che rimettono ordine nel Dna si attivano all’occorrenza. Questa rivelazione ha aperto la strada allo sviluppo delle cure di cui parliamo».

L’idea è di continuare a cercare per curare la prostata, l’intestino, magari anche il polmone. Quale il traguardo?

«L’enzima è un punto di partenza per la ricerca di farmaci. Quelli in grado di riparare il Dna possono considerarsi un’arma a doppio taglio, eccezionali meccanici se vanno bene, letali devastatori se sono mutati e funzionano male».

Perché controproducenti?

«Perché le cellule tumorali se li prendono per mantenersi in vita. Ecco perché le nuove terapie antitumorali puntano a influenzare quei percorsi di riparazione».

Farmaci efficaci per molti pazienti, meno per altri, tutto dipende dal profilo genetico. Quali nuove armi stanno venendo alla ribalta?

«Una di queste si chiama PARP, Poli ADP-ribosio polimerasi. La sua attività in caso di mutazioni dei geni BRCA1 o BRCA2 favorisce lo sviluppo di cellule tumorali. Ora è possibile inibirlo con un nuovissimo farmaco, Olaparib, che ha ottenuto in agosto l’approvazione finale, anche per uso orale, dalla Agenzia statunitense per il farmaco, la famosa Fda».

Cosa comporta essere portatrice di questa anomalia?

«Per comprendere il potenziale lesivo di questi due geni basti pensare che la donna con mutazioni BRCA è cinque volte più soggetta a sviluppare il cancro al seno e ha fino a 30 volte più probabilità di sviluppare il cancro ovarico».

La disponibilità di farmaci si sta ampliando con Niraparib e altri inibitori di PARP. Colossi come Lilly, Abbvie, Celgene o Pfizer sono lanciati nella corsa. Che cosa ci attende?

«Esistono probabilmente svariate molecole più piccole di quelle che attualmente conosciamo e che potrebbero danneggiare il Dna. Significa che ci sono potenzialmente ancora tanti enzimi di riparazione da scoprire, ognuno dei quali può essere una speranza».

Lei in Italia ha rapporti di collaborazione con Ifom, l’Istituto Firc di oncologia molecolare di Milano, e con l’Università di Bologna. Dove approderemo nei prossimi anni?

«Il punto di arrivo saranno i farmaci che inducono la morte della massa tumorale o la sua cronicizzazione e ci permetteranno di continuare a svolgere la nostra vita, con meno effetti collaterali».