Maranello (Modena), 10 settembre 2017 - Grande festa, ieri, a Maranello per celebrare i 70 anni della Ferrari. «Stiamo festeggiando la storia di una grandissima azienda e io mi sento fortunato, perché questa è la cosa migliore che abbia mai fatto» ha dichiarato entusiasta Sergio Marchionne, presidente e ad della Ferrari. E parlando dell’ultima gara a Monza, non positiva come si auspicava, ha detto: «Ci siamo resi conto che non dovevamo fare quello che abbiamo fatto, sbagliare in quel modo ingenuo ci è costato caro. Abbiamo imparato la lezione e andiamo a Singapore molto aggueriti». «È una giornata importante, siamo con tanti amici, con tanti clienti, con tante persone che ci vogliono bene» ha commentato il figlio di Enzo Ferrari, Piero, a spasso per la pista di Fiorano, a Maranello, con il campione Sebastian Vettel ad ammirare le Ferrari d’epoca parcheggiate a bordo pista. E alla festa per i 70 anni della ‘rossa’ di Maranello non mancava naturalmente il presidente di Fca, John Elkann.  

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Settant'anni addosso. E non sentirli. Troppo facile da dire e da scrivere, me ne rendo conto. Eppure, è proprio così: l’anagrafe non conta, per l’azienda italiana più amata nel mondo. E qui sta il trionfo vero di Enzo Ferrari, il lascito migliore di una esistenza incredibile e irripetibile: lui, uomo di provincia, attaccatissimo alle radici modenesi, ha creato un mito globale. Senza confini. Senza età.

Bastava guardarle, ieri, tra Fiorano e Maranello, quelle dozzine e dozzine, anzi centinaia, di macchine convenute nel luogo che è culla della Leggenda da ogni angolo del pianeta. Belle e bellissime, attese da una asta memorabile governata da Sotheby’s. Brandelli metallici di una passione che è sentimento, che è carne e sangue, ossa e nervi: la Ferrari neo settantenne non può mai essere ridotta ad una semplice espressione meccanica. Fosse così, la Rossa di Maranello somiglierebbe ad altri brand, rischierebbe di essere confusa con la Porsche o con la Jaguar e invece, con tutto il rispetto, non è così.

Oh, lo so, lo so. Persino mentre ammiravo in parata una 250 GTB con oltre mezzo secolo di storia e un valore da oltre dieci milioni di euro, o una 750 Monza, ecco, persino nei momenti dedicati allo stupore mi sono sentito chiedere: ma che cosa resta della lezione del Drake, nella Ferrari di Sergio Marchionne? Non ci stiamo per caso illudendo che cultura e tradizione possano resistere all’urto dirompente della modernità, all’impatto devastante di una globalizzazione che significa, per forza di cose, Borsa, analisti finanziari, stock option eccetera?

Io rispondo che Marchionne ha le sue debolezze (non invitare il predecessore Montezemolo alle celebrazioni per il compleanno numero 70 non è un delitto: peggio, è un errore), accompagnate dalla consapevolezza, appunto, che il mondo cambia.

La Ferrari che mira a scavalcare il muro delle diecimila auto vendute all’anno non è in contraddizione con la sua Storia: semplicemente si adegua alle pulsioni dei mercati nuovi, dal Golfo Persico all’Estremo Oriente. Poi un ferrarista doc può chiedersi quale sia la linea di demarcazione tra tutela della unicità del marchio e desiderio, legittimo, di profitto. Persino l’apertura, almeno teorica, alla produzione di un Suv del Cavallino non deve essere vista come ipotesi di lesa maestà: non per niente la Lamborghini si è già mossa sulla stessa strada…

E così, passano le vetture che ti fanno battere il cuore, passano e si consolida la speranza che nel 2027, per gli ottanta anni, il Cavallino sarà ancora più rampante. Esiste e resiste, nell’anima di chi lavora per questa azienda, il senso di una appartenenza che non è soltanto fedeltà ad un posto ben retribuito, ad uno stipendio sicuro. La Ferrari ti entra sotto la pelle e manco te ne accorgi: ne parli, ne scrivi, la respiri, intuisci che la vera grandezza, figlia di Enzo e della sua genialità, sarà sempre più forte di chiunque si trovi, pro tempore, a governarne il brand.

Allora, buon compleanno a questa amante rumorosa, fracassona, esigente. Siamo in tanti a non poterne farne meno, dal remoto 1947…