Pesaro, 12 agosto 2017 - Chi proteggerà Baby J., quattro anni, dai pedofili? Chi lo terrà lontano dai pericoli del movimento religioso, per alcuni una setta, chiamato ‘Children of God’, che ha educato sua madre fino a 16 anni, ma che in America è nota anche per avere avuto in passato adepti accusati di pedofilia? Sono le domande strazianti che da mesi si pone il padre di Baby J., Stefano Cappiello, 34 anni, nato a Fano, famiglia residente poco lontano, a San Costanzo, attualmente impiegato nel settore petrolifero a Houston, Texas. Proprio a Houston dalla scorsa primavera è iniziato l’incubo che vede il suo piccolo Baby J. conteso: tra lui, padre, la madre Jessica, da cui Stefano si è separato, e i nonni, rispettivamente il patrigno e la sua compagna, madre di Jessica, già allontanati per decisione degli stessi giudici americani dal bambino, proprio perché sul nonno, patrigno di Jessica, peserebbero accuse di pedofilia.

«Voglio tenere lontano mio figlio da quelle persone e da quella setta – è il grido di Stefano –, ma il giudice ha deciso di affidarlo 20 giorni al mese alla madre, 10 a me, e mi impedisce di portarlo in Italia, in estate, come avvenuto finora». Stefano e sua sorella Alessandra – che ha creato un gruppo di sostegno su Fb («Mio fratello non è figlio unico») – stanno lottando come leoni, chiedendo aiuto anche al nostro ministero degli Esteri e al Consolato italiano a Houston. Ma l’unica cosa che conta, al momento, è quella sentenza del giudice americano, risalente al 20 luglio scorso.

Il baratro per papà Stefano si apre nell’ottobre scorso, quando Jessica, la compagna da cui poco dopo si separerà, gli rivela di essere stata fino a 16 anni educata dai precetti di ‘Children of God’. Poco dopo, aprile, secondo quanto ricostruisce lo stesso Cappiello, «la mia ex compagna va via di casa, e porta con sé Baby J., per andare a vivere con sua sorella, il marito e i genitori di Jessica, che vivevano lì da circa un anno». Stefano chiama un avvocato. «Il quale mi manda un link che mi rivela che il padre di Jessica era conosciuto come pedofilo».

Cappiello denuncia il tutto al Children Protective Service e all’Fbi: la guerra tra le due famiglie è iniziata, anche se il Cps lo rassicura, dopo una visita fatta nella casa della sorella della ex compagna. Ma lo spettro dei nonni legati alla ‘setta’ continua ad agitarsi su di lui. «Da allora – prosegue Cappiello – è stato impossibile avere ogni tipo di relazione con la mia ex compagna, che nega tutte le accuse». «Ho chiesto l’affidamento primario del bambino – spiega –. I genitori di Jessica, sapendo che ero a conoscenza delle accuse di pedofilia, avevano nel frattempo abbandonato l’abitazione. Nonostante abbiano ammesso la loro appartenenza alla setta in passato, hanno però negato ogni responsabilità da violenze e pedofilia». Finché «Jessica e il suo avvocato, viste le prove da noi trovate, hanno volontariamente chiesto una restrizione ( injuction ) nei confronti del patrigno», poi estesa alla nonna. Che vuol dire nessuna possibilità da parte dei nonni di incontrare o telefonare a Baby J. fino ai suoi 18 anni. Ma la battaglia costa. «A oggi ho speso più di 50mila dollari per proteggere mio figlio. Devo pagare 3mila dollari al mese di mutuo per la casa che ho acquistato insieme alla mia ex compagna, secondo un contratto però firmato da entrambi». Cappiello non ce la fa più. «Giudico questa sentenza ingiusta, immorale e razzista. Così – aggiunge – non potrò continuare a combattere».

La sorella maggiore Alessandra è andata a testimoniare a Houston a suo favore, ed è appena tornata. Ha già contattato, oltre al consolato, alcuni politici, gli onorevoli Beatrice Brignone e Walter Rizzetto, tramite il quale ha scritto ad Alfano. Attiverà a ore un conto corrente per aiutare il fratello. Alessandra, cosa chiedete al governo italiano? «Il suo sostegno. Non possiamo stare zitti. Lo facciamo per il bene di mio nipote e degli altri minori che possono avere dei contatti con persone sbagliate. Mio fratello in questo momento è solo, va aiutato».