Roma, 21 novembre 2016 - AIUTA chi è preda di un uso eccessivo e scorretto delle nuove tecnologie con rischi psichici, cognitivi e del comportamento. La missione dello psichiatra Federico Tonioni, responsabile del primo ambulatorio ospedaliero che cura la dipendenza da Internet al policlinico Gemelli di Roma, è affrontare e vedere affievolirsi queste dipendenze. «Gli adulti sono sedotti di più dalle nuove tecnologie, rispetto a bimbi e adolescenti, per questo la loro dipendenza è più patologica: siamo di fronte a una nevrosi».

Come si combatte questa dipendenza?
«Non si combatte, è parte di noi. Le soluzioni sono la psicoterapia e i gruppi di riabilitazione che lavorano sui sintomi. Se il sintomo viene trattenuto, l’iceberg esce prima dall’acqua. La prima fase è il distaccamento dal sintomo, col conduttore che aiuta il paziente a stare lontano dallo smartphone contando le ore insieme, come per gli anonimi alcolisti. Nella seconda fase si sostiene la crisi con la psicoterapia, quasi mai i farmaci. Queste persone hanno un vulnus affettivo, le tecnologie sostituiscono qualcosa che è mancato. Le ricadute ci sono spesso, ma il vero successo è quando sono meno frequenti e sempre meno potenti».

Si può tracciare un profilo della persona drogata da cellulari di ultima generazione?
«No, tutti noi guardiamo lo schermo ogni quindici minuti senza un motivo. L’isolamento e la depressione sono conseguenze, non le cause della dipendenza. Un operaio dipendente da siti per adulti non va a pranzare con i colleghi perché aspetta solo di poter navigare e non lavora bene perché pensa sempre ai siti per adulti».

Come si valuta se una persona ha questo tipo di dipendenza?
«Nei colloqui mostrano sempre i loro modelli mentali, parlano sempre della loro dipendenza o ci girano attorno, quindi pensano sempre a quell’argomento. Ecco, significa che hanno una dipendenza. Questa patologia non è un vizio, ma una scelta obbligata».

Quale è il rischio più grande?
«Se la patologia si approfondisce avviene una dissociazione permanente dalla realtà. La capacità di stare da soli e di attendere è ciò che non ci rende compulsivi, e sono comportamenti che tossicodipendenti, giocatori d’azzardo, alcolizzati non riescono a fare. Ecco, con l’avvento del digitale stiamo perdendo queste conquiste. Nei tempi morti una volta ci rifugiavamo nel nostro immaginario, ora ci tuffiamo nel digitale».

Perché?
«Perché sono simili, non sono concreti. Ma è un meccanismo subdolo, che ci fa confondere la vita reale da quella virtuale. Sul web idealizziamo la nostra immagine e confondiamo i rapporti veri da quelli digitali. Se abbiamo poca autostima o non accettiamo noi stessi, su Facebook sicuramente troviamo un modo di migliorare la nostra rappresentazione e stiamo meglio».

A che età dare lo smartphone ai figli?
«Non è importante quando, ma come. Deve essere un atto di condivisione, non di sostituzione del genitore. Bisogna scoprire il mondo digitale insieme, stando con i bambini e interessandosi di loro durante la scoperta. Molte mamme mi dicono ‘mio figlio quando è davanti al pc non si vede mai’, ma è sbagliato pensare ai computer come a una baby sitter formidabile. Con gli adolescenti invece è totalmente diverso, loro non vogliono condividere, cercano solo fiducia».