Brescia, 16 luglio 2017 - «Anche Yara, ne sono convinto, spera nella vera giustizia». In attesa di rendere in aula, domani, le dichiarazioni spontanee, per poi vivere il suo giorno più lungo Massimo Giuseppe Bossetti affida un messaggio in esclusiva al nostro giornale. Diciassette righe scritte e firmate sulla facciata di un foglio protocollo dall’uomo che in primo grado è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Un messaggio, alla vigilia della decisione dei giudici d’appello, per proclamare tenacemente, come sempre, la propria innocenza, invocare ancora una volta la ripetizione dell’esame del Dna, esprimere la speranza di essere restituito alla libertà, alla famiglia, alla vita, per quanto irrimediabilmente stravolta.
 
Scrive Bossetti: «Da tre anni invoco la mia innocenza, da tre anni chiedo anche tramite i miei avvocati l’unica cosa che può consentire di difendermi, la perizia in contraddittorio sul Dna. Posso marcire in carcere per un delitto atroce che non ho commesso senza che mi sia concessa almeno questa possibilità? Confido che finalmente sia fatta Giustizia e io possa tornare a riabbracciare i miei cari da uomo libero e innocente quale sono, anche se ho una vita stravolta e comunque segnata per sempre. Lo spero io, lo devono sperare i Giudici, sono convinto che lo speri Yara da Lassù, almeno fino a quando il suo vero assassino che è ancora libero e sta ridendo di me e della Giustizia, sconterà la giusta pena. Bossetti Massimo».

La lettera che Bossetti ha scritto a Qn

Nella mattinata di ieri, nel carcere di via Gleno a Bergamo, Bossetti ha incontrato i difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini che si sono trattenuti a lungo. Sono state riviste e limate le dichiarazioni che il muratore di Mapello leggerà domani mattina, alle 8.30, prima che i giudici della Corte d’Assise d’appello di Brescia si ritirino per una camera di consiglio che, come ha preannunciato il presidente Enrico Fischetti, si protrarrà per molte ore.
 
Venerdì è stata l’ultima giornata del dibattimento, delle repliche delle parti, dell’ultima contrapposizione dei fronti. Per l’accusa, il sostituto procuratore generale Marco Martani ha chiesto di ribadire il carcere a vita stabilito il primo luglio di un anno fa dall’Assise di Bergamo e di condannare l’imputato anche a sei mesi di reclusione per avere calunniato il collega di lavoro Massimo Maggioni (in primo grado Bossetti era stato assolto). Martani ha difeso come prova incontrovertibile il Dna rimasto sugli indumenti della piccola vittima, pienamente compatibile con quello di Bossetti, definendo «una operazione assolutamente mistificatoria» l’attacco concentrico portato dai difensori. 
«Se fossi stato convinto della non colpevolezza di Bossetti, avrei concluso in maniera diversa», ha dichiarato Martani. Contro l’imputato, ha sostenuto il rappresentante dell’accusa, anche le fibre trovate su Yara, simili a quelle dei sedili del suo furgone Iveco Daily, la sferette metalliche sulla tredicenne di Brembate di Sopra, le celle telefoniche e le riprese delle telecamere nella zona del centro sportivo di Brembate.
 
La difesa ha chiesto fino all’ultimo l’assoluzione o di riaprire il processo con una perizia sul materiale genetico. «Noi siamo disponibili – ha detto Camporini – a metterci la faccia, Bossetti metterà il suo sangue, ma dateci questi accertamenti in contraddittorio per comparare il Dna di Bossetti con il profilo genetico rimasto sul cadavere». «Dopo tutte le anomalie – ha rincarato Salvagni – che abbiamo rintracciato, attribuire quel Dna a Bossetti sarebbe un’aberrazione naturale. Al contrario, ci sono elementi sufficienti per assolverlo». I difensori hanno consegnato una nuova memoria.