Stoccolma, 13 ottobre 2016 - Erano i tempi delle medie. Almeno un quarto di secolo fa, quando sull'antologia comparve "Blowin' in the wind". Sembrava un azzardo allora, perché Bob Dylan, songwriter (cantautore per dirla all'italiana), avrebbe dovuto essere considerato un autore alla stregua di Quasimodo e Montale? La risposta è arrivata il 13 ottobre 2016: Bob Dylan è il nuovo premio Nobel della letteratura. E tutto ciò accade nel giorno in cui se ne è andato Dario Fo. All'epoca il riconoscimento al "giullare che fustigava il potere" - così come lo definì anche l'Accademia del Nobel - fece discutere. Scelta tutt'altro che convenzionale. Come si annuncia quella presa oggi per omaggiare il più grande cantautore della storia del rock.

Le 10 canzoni più famose di Bob Dylan

LA STORIA - Robert Allen Zimmerman ha compiuto lo scorso maggio 75 anni. Quando decise di chiamarsi Bob Dylan, lo fece in ossequio alla poetica di Thomas Dylan. Se non ci fosse stato Woody Guthrie, probabilmente non ci sarebbe stato nemmeno Bob Dylan così come l'abbiamo conosciuto e continuiamo ad apprezzarlo. E infatti nel 1963 Dylan scrive un poema per Guthrie. Un poema che ha tutti i crismi di una dichiarazione d'intenti su quella che sarà la sua opera. Chitarra e armonica, così cominciò a scrivere e a diventare con le sue canzoni una vera e propria icona per il movimento dei diritti civili, non solo negli Stati Uniti ma anche in tutto il mondo, e per il folk. Ma che cos'è il folk? Non poteva e non doveva essere, per forza di cose, un intreccio di accordi legato in maniera indissolubile alla chitarra acustica. Doveva essere un concetto più ampio, in grado di raccontare la società, la trasformazione della società e anche oltre. E quando a Newport nel 1965 Dylan sancì quella che ricordano tutti come la sua svolta elettrica, tutti i fan della prima ora non gradirono. Aveva tradito il folk. Ma Dylan non ha mai tradito quell'idea di raccontare il mondo attraverso le sue canzoni. Canzoni che fecero discutero, che indignarono, che raccontarono il trapasso degli Stati Uniti dalla trauma del Vietnam a una società carica di differenze e diseguaglianze. La sua "Hurricane", a esempio uno dei pezzi meno classici dell'epoca, cristallizzata poi nel film omonimo, riuscì a raccontare la storia e la disavventura di Rubin Carter, il pugile ribattezzato "Hurricane", che affrontò processi e pregiudizi razziali prima di ottenere giustizia.

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I FLOP - Certo, la sua carriera non è stata tutta una marcia trionfale. Bob Dylan ha sempre rifiutato l'etichetta del profeta e non è riuscito a ripetere - ma era naturale che fosse così - i successi di "Blonde on blonde" e "Highaway 61 revisited" diventati più che classici, delle vere e proprie pietre miliari del rock. Ma ostinatamente è andato avanti, senza abbandonare mai il palco, anzi arrivando a fare qualcosa come 100 date all'anno, in cui rileggeva anche i suoi classici, togliendo ai "live" il senso della ritualità, puntando sull'improvvisazione che in alcuni casi non è sempre piaciuta ai fans. Ha suonato anche davanti al Papa. Ma mai una parola fuori dallo stresso necessario del concerto. In molti hanno spesso atteso invano sue "illuminazioni" sulle nuove crisi, sulle nuove guerre, sulle disuguaglianze di un Paese, gli Stati Uniti, che non sempre è cambiato in meglio. Ma lui ha lasciato parlare sempre le sue canzoni. Le sue opere. Non c'era altro da aggiungere. Proprio come fa un artista, un poeta. Qualcosa più di un semplice cantautore che disvela le sue molteplici anime solo in quello che realizza. E anche per questo quando il regista americano Todd Haynes, abbonato a portare sul grande schermo i miti del rock, decise di fare un film su di lui "Io non sono qui", scelse sei personaggi diversi per interpretarlo. E non utilizzò nemmeno una sua canzone ma costruì una colonna sonora con le canzoni di Dylan rifatte da altri artisti che era sicuramente il miglior tributo possibile. Prima del Nobel, ovviamente.