Prato, 9 gennaio 2018 - Eugenio Bersellini è stato un allenatore di calcio vincente. Uno che non si arrendeva mai, sempre pronto a nuove sfide. Ha vinto con l’Inter lo scudetto del 1980 ed è stato anche commissario tecnico della Libia. Ma Eugenio Bersellini è un uomo che ha combattuto non solo sui campi da calcio, ma anche fuori, contro un avversario più tosto. Che si chiama Alzheimer. La vita può cambiare all’improvviso o poco alla volta. In tutti i casi non si è comunque preparati. Lo sa bene la figlia di Eugenio, Laura, che fino all’ultimo giorno è stata accanto al padre che tutti ricordano come il sergente di ferro e che lei è stata costretta a conoscere anche nel suo lato più vulnerabile. Un uomo diventato improvvisamente impassibile davanti a una foto o a un volto. Giornali, televisione, successi: dal suo orizzonte giorno dopo giorno è sparito tutto.

Alzheimer, Pzifer getta la spugna. "Risultati scarsi, stop alle ricerche"

Laura, come ha preso la notizia che l’industria farmaceutica ha deciso di sospendere le ricerche su Alzheimer e Parkinson?
«Quando l’ho letto mi si è appesantito il cuore».

Suo padre, scomparso lo scorso settembre, era affetto da Alzheimer. Cosa significa avere un familiare che soffre di una malattia degenerativa?
«Significa dare tutta te stessa. Le chiamano malattie familiari proprio perché coinvolgono gli affetti. Dal momento della diagnosi inizia un percorso che chiama inevitabilmente in causa tutti coloro che vivono accanto alla persona malata»

Quando c’è stata la diagnosi?
«Era il 2010, mio padre aveva subito un intervento e da quel giorno è iniziato il calvario».

I primi sintomi quali sono stati?
«Ha iniziato non ricordando le parole più semplici. Dimenticava le cose, poi ha perso il movimento e infine la parola. L’ultimo periodo non è stato facile».

Cosa è accaduto da lì in poi?
«Accade che giorno dopo giorno tuo padre si spegne. Si dimentica le cose più banali, non ricorda le parole, fatica a vestirsi. Scambia gli oggetti: non riconosce più quello che per anni ha visto davanti a sé».

Suo padre come ha vissuto la malattia?
«Da campione quale era. Con la stessa grinta e determinazione con cui affrontava i campi da calcio: per questo tante volte si arrabbiava. Non accettava di non riuscire più a parlare, di non ricordare le parole più banali».

A livello emotivo cosa significa vivere accanto a un malato di Alzheimer?
«È come una burrasca che arriva e destabilizza tutto e tutti. L’equilibrio familiare viene travolto e piano piano, con grande abnegazione, va ricomposto».

Come si riesce ad andare avanti?
«Si diventa medici, infermieri e psicologi. Si impara a essere tutto ciò di cui un malato ha bisogno: giorno e notte».

Ha mai pianto?
«Piango tuttora grazie a Dio. Ho imparato a farlo. Piango se vado al supermercato e vedo le mele verdi che erano le preferite di mio padre, piango quando guardo la foto in bianco e nero che ci ritrae insieme sorridenti».

Come si possono aiutare le famiglie che si trovano nella situazione che avete vissuto voi?
«Serve assistenza psicologica anche per i familiari. Queste malattia sono totalizzanti, perciò è bene parlarne».

Quale immagine le torna in mente pensando agli ultimi anni di suo padre?
«Lui era seduto sul divano che guardava una partita. Non parlava più da tempo. Io mi sono inginocchiata per mettergli i calzini perché faceva freddo, in quel momento mi è scesa una lacrima. Ho alzato lo sguardo e ho incontrato il suo. Lui mi ha guardato e con la mano mi ha asciugato le lacrime. In quell’incrocio di sguardi c’era tutto mio padre».