Roma, 10 dicembre 2017 - «STIAMO parlando di una persona che porterà dentro, per tutta la vita, il rimorso per quello che è successo. Ma, senza entrare nel merito del caso, qualcuno ha pensato bene di offendere e infierire sui social, non conoscendo la situazione, le persone e le sensibilità».Non usa mezzi termini Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, per fotografare quello che è accaduto sui social alla mamma della piccola Tamara, morta mercoledì per una tragica amnesia. Un fiume d’odio che ha portato i genitori della piccola a chiudere i propri profili. Mentana su Facebook, negli anni, ha dato un esempio su come trattare i cosiddetti haters, professionisti dell’odio sulla rete, trattandoli come «webeti» (termine da lui coniato, un misto tra web ed ebeti) e rispondendo ad ogni loro offesa.«Io posso farlo perché sono una persona nota, ma non tutti, purtroppo hanno questo privilegio» ci tiene a precisare il direttore del Tg di La7.
Direttore come siamo arrivati agli haters e a questo clima d’odio on line?
«Sono pensieri ostili che spuntano fuori sempre. Solo che una volta restavano chiusi nelle piazze e nelle chiacchiere da bar, o al massimo in qualche lettera anonima e oggi trovano uno sfogo sui social. Le manifestazioni di odio, da canaglia, hanno trovato un’estensione nel web».
Secondo molti esperti l’anonimato sul web fa gioco a quelli che vengono definiti ‘leoni da tastiera’. È d’accordo?
«Il social purtroppo è il veicolo che ti permette magari chiamandoti xy69 di dire a una persona che ti sta sulle scatole, che è un fallito, ecc, ecc... Senza limiti. Non ti fai le classiche domande: mi conoscono o che figura ci faccio? Perché sei anonimo»
Una ferocia senza freni...
«La questione è che i social sono una rete da cui può passare tutto, fanno da elemento che toglie i freni inibitori, sono come quegli allucinogeni che ti fanno vivere in una realtà in cui ti sembra di essere onnipotente, e dici quello che ti pare. Purtroppo quello che ti pare in questo caso è il parlar male e offendere senza nessun contegno».
Chi deve intervenire per arginare il problema?
«I signori di Facebook, di Twitter e via dicendo. Ma loro si nascondono dietro il fatto che sono strutture sovranazionali, che non possono censurare. Però tanto veleno passa di lì e passa su più livelli. Dai rapporti interpersonali all’odio politico, razziale, contro le donne».
Nel caso in cui i gestori decidano di intervenire quali potrebbero essere le azioni?
«Due. Obbligo dell’identificabilità. La maggior parte delle persone agisce perché sa di essere indisturbata. È come il muro del bagno all’autogrill: le persone ci scrivono le parolacce perché sanno di non poter essere identificate. E poi un intervento dei gestori per fermare gli haters e non permetter loro, come nel caso di Arezzo, il linciaggio di una persona fragile che ha subìto una tragedia». 
E gli Stati cosa possono fare?
«Sono impotenti. I grandi gestori sono sovranazionali e quindi c’è un’asimmetria rispetto alle leggi degli Stati».