Bologna, 18 agosto 2017 - Doppia grande inaugurazione, a Bologna, il 22 settembre. Si aprirà al pubblico Palazzo Pallavicini, al numero 24 di via San Felice: una dimora nobile costruita a fine Cinquecento dalla famiglia Isolani, passata poi di mano in mano, sempre aristocratiche, sino a essere acquistata, nel 1773, dal maresciallo Gian Luca Pallavicini, ministro dell’Impero asburgico - fu anche viceré di Milano -, che ne fece una sua corte personale: vi ospitò lo stesso Giuseppe II. Ora Chiara Campagnoli, fondatrice della società Pallavicini, e i galleristi Deborah Petroni e Rubens Fogacci intendono infondere al palazzo una nuova vita d’arte. E hanno scelto come apripista un maestro dell’arte contemporanea, quella per tutti, non le fumisterie intellettualistiche: Milo Manara, 71 anni, l’autore di innumerevoli capolavori a fumetti. Dalla saga di “Giuseppe Bergman” a “Il gioco”, dalle avventure di “Miele” a “Tutto ricominciò con un’estate indiana” a “I Borgia”.
Milo Manara, la piú ricca mostra mai allestita su di lei?
"Sí, insieme a quella di qualche anno fa a Siena, a Santa Maria della Pietà".
Allo stesso tempo cronologica e tematica?
"Claudio Curcio, il curatore, ha scelto centotrenta mie opere e le organizzerà in sette sezioni".
Fumetto e illustrazione, cinema e pubblicità. E inediti?
"Anche. In questa mia antologica appariranno le tavole originali del mio secondo volume su Caravaggio, che uscirà in libreria la prossima primavera".
E rarità come “Un fascio di bombe”...
"Già. Che fatica recuperare certi vecchi lavori dai collezionisti... “Un fascio di bombe” risale ai primi anni Settanta. Sui testi di Mario Gomboli e Alfredo Castelli era il racconto disegnato degli anni della strategia della tensione, dalla strage di piazza Fontana e le bombe all’Altare della Patria all’attentato sull’Italicus, da Pinelli ai morti bresciani di piazza della Loggia. Un periodo buio, fra sangue e depistaggi. Quel lavoro mi fu commissionato dal Psi prima di Craxi. Fu distribuito in 300-400 mila copie".
Sarà una sorpresa per molti, per i tanti che la considerano un maestro dell’erotismo. Una definizione che le va stretta?
"Per niente, anzi, mi va larga. Grazie a chi mi considera un maestro, non fosse altro per l’età...Ma l’erotismo è un campo così sterminato... Proprio questa mattina ho ricevuto un invito a partecipare a un festival dell’erotismo a Quito, in Ecuador. Io mi sono limitato al disegno erotico".
Lei ha collaborato con tanti grandi: Pratt, Fellini, Jodorowsky. Con chi si è trovato piú a suo agio?
"Con Pratt, senza dubbio. C’era una tale complicità, un tale rispetto... Non mi ha mai chiesto di vedere un disegno in anticipo. Se lo faceva, era per curiosità, non per controllo: anche perché si lavorava ancora con i fax! Con Hugo ero il regista delle nostre storie".
E con Fellini?
"Beh, lí il regista era lui. Io, solo un esecutore. Mi mandava già lo “story board”, io disegnavo, lui, molto gentile, correggeva, io mettevo in bella. Però è stata una grandissima scuola. E in mostra una sezione sarà riservata a FederIco".
Jodorowsky?
"I nostri Borgia non sono i Borgia della storia, sono i suoi Borgia".
Manara, sempre dell’idea che oggi il fumetto è democraticomentre l’arte è aristocratica?
"L’arte, in particolare quella visiva, ha perso da tempo la sua antica funzione sociale, il contatto con il popolo. Tutta Roma la si è vista ai funerali di Fellini. Muore un artista? Quindici secondi in un Tg".
Però lei ha cercato di colmare il gap: per esempio con “Il pittore e la modella”.
"Nel ’68 pensavo che tutto fosse politica. Invece tutto è cultura".