Roma, 30 agosto 2017 - Ai professori universitari piace stare in cattedra, ma, soprattutto, dietro la cattedra. A interrogare, esaminare, valutare. Ma quando l’interrogazione, l’esame e la valutazione tocca a loro, ecco che si invoca, come fa il movimento in campo in queste giornate di ripresa delle attività degli atenei, «la dignità della docenza» e l’autonomia del sapere. Principi e valori che hanno un fondamento più che sacrosanto, ma che però possono essere utilizzati anche per sostenere rivendicazioni molto più prosaiche. Come accade in questa occasione in cui al centro della protesta sono gli scatti stipendiali, più o meno automatici, della categoria.

Che cosa impedisce, invece, agli accademici italiani di accettare, per esempio, che magari una parte del loro stipendio sia legata a meccanismi meritocratici, di valutazione e verifica dell’autorevole e vitale lavoro svolto? La vertenza in corso, a ben vedere, è tanto più fastidiosa e, perché no?, corporativa perché non solo viene da un ambiente protetto e privilegiato, non propriamente aperto alla concorrenza e a logiche di mercato, ma anche perché finisce per coinvolgere e penalizzare proprio quelle giovani generazioni già messe a durissima prova di esclusione dal mercato del lavoro «anche» per quello che oggi l’università offre e garantisce. Insomma, diciamolo senza fronzoli: i baroni e i loro seguaci non si sono mai estinti, se non in parte, nelle università italiane. Semmai, con la proliferazione scriteriata di sedi più o meno decentrate, si sono anche moltiplicati. Ebbene, che oggi si muovano come un gruppuscolo di auto-ferrotranvieri autonomi, pronti a scegliere cinicamente e opportunisticamente il momento «più favorevole» per colpire, non è il massimo per la «dignità della docenza». Nel primo caso pagano inermi passeggeri di un autobus, in questo i giovani di un Paese che non è fatto per loro. E non si sa che cosa è peggio.