IL RICONOSCIMENTO del merito è un presupposto dell’uguaglianza. Il Paese ha conosciuto una degenerazione del concetto di uguaglianza negli ‘anni difficili’ dell’egualitarismo, quando una strategia rivendicativa sbagliata devastò la struttura delle retribuzioni, negando appunto il merito (considerato addirittura valore negativo). Per le conseguenze di tale politica sciagurata, il sindacato ha pagato un costo elevato in termini di rappresentatività e consenso, quando, con semplificazione ideologica e cieca, all’operaio massa veniva attribuita la funzione di ‘classe generale’. Quel mondo è scomparso e con esso è finito nell’archivio della storia anche l’egualitarismo. Cesare Damiano – la persona che con autorevolezza e competenza è uno dei protagonisti delle politiche del lavoro – gira il capo all’indietro e afferma di essere stanco della retorica del merito? Provi a citare un solo caso in cui il merito ha sopraffatto l’uguaglianza. Di questo valore ha sentito solo parlare, perché in Italia non è mai divenuto una pratica effettiva, a partire dal mondo del lavoro. Uno dei motivi per cui i giovani varcano le frontiere risiede proprio nell’impossibilità di esprimere le proprie attitudini in una società garantista e ingessata come la nostra. Grande è la responsabilità dei sindacati e della sinistra, che non hanno mai coltivato la cultura dei meriti e dei bisogni: una operazione rivolta a unificare nel medesimo orizzonte tanto le forze che possono rinunciare a gran parte dell’assistenzialismo di Stato perché in grado di fare da sé, quanto coloro che devono essere inclusi nella società perché, con i loro mezzi, non sono riusciti a farlo. Sta qui la vera uguaglianza: non mortifica il talento, ma lo valorizza come un bene comune. Ed è solidale con chi resta indietro.