Quel cortile consumato di urla, tempeste ormonali e lividi sulle gambe. Un ricordo da film di Truffaut. I figli di allora. Che erano dei padri e delle madri, ma anche di tutto il mondo circostante. Che correvano a gambe levate. Su bici scalcagnate per le strade di paesi e città. Quei ragazzini ancora bambini che chiedevano come allora, ai quali però arrivavano meno risposte, e forse più schiaffi. Il che non era bello. No, che non lo era! Ma quei bambini vivevano un’orbita fiabesca in cui l’occhio dei genitori non era ‘clinico’. Non ancora. Era anche un occhio disattento, forse, ma guidato da una saggezza tramandata. ‘Sta creatura si agita in continuazione. E lascialo fare! Questa figlia mia sta sempre zitta. È carattere!’ Oggi la tempestività dell’intervento regna sovrana. Un allarme perpetuo come luce eterna vigila sui nostri bambini perché una macchia sulla pelle è spia di un disagio profondo. La disattenzione un disturbo bipolare. E la svogliatezza certamente è richiesta di attenzioni. Chiaramente se gli insegnanti ci invitano allo psicologia è come invitarci tutti alle nozze delle risposte esatte. Giuste. Alibi di un caos familiare. Ma i bambini sanno ridere, correre, sbucciarsi le ginocchia, urlare, piangere e raccontare tante bugie come e più di Pinocchio, figlio di famiglia mutilata. Accompagniamoli nella baraonda dei balocchi e dei doveri con il solo dovere nostro del controllo, non con l’ansia delle risposte. Rimanendo a distanza. Talvolta. Perché nelle favole i bambini si perdono e si ritrovano. Non sempre. Ma per fortuna spesso.