Rigopiano è memoria che continua a fare male. Un chiodo nel cuore. E ci riguarda tutti. Perché in quella tragedia si fondono il peggio e il meglio dell’Italia. La leggerezza, la mancanza di coordinamento, i catastrofici difetti della burocrazia. Assieme alla tenacia di chi salva e di chi sopravvive alle valanga o ai telefoni sbattuti in faccia. Rigopiano è una lezione da non dimenticare. Una catena di errori surreali e mancate comunicazioni. La disfatta dell’empatia e della buona educazione. Ma anche del dubbio, che spesso risolve. Forse è vero che anche senza le sviste e gli abbagli alla fine non sarebbe cambiato molto. O forse sì. Appurare questo è lavoro da magistrati. Per tutti gli altri italiani è lavoro di ricostruzione sulla fiducia perduta. Dobbiamo continuare a credere che se chiediamo aiuto non verremo presi per mitomani. Che se le frese ci sono vanno tenute bene in vista anche quando splende il sole. Le valanghe vengono giù dall’inizio del mondo. La natura fa un mestiere senza cuore perché il sentimento non le compete. L’uomo un cuore lo ha in dotazione. E se la testa è la prima a slittare è al cuore che si raccomanda lo sforzo
del dubbio: davvero «stanno tutti bene»?