È la conferma che loro sono come noi. O viceversa. Non ci siamo noi cittadini, vittime e virtuosi, e loro, quelli del Palazzo, arroganti e mascalzoni. Di fronte ai social, siamo tutti uguali. Partiamo con l’idea di farne buon uso, di comunicare, di comunicarci. E poco importa che uno voglia far sapere come va sul lavoro, o sbirciare cosa fanno i figli, mentre altri cerchino di convincerci in 140 caratteri quanto sono bravi a governare, o quanto lo sarebbero. Alla fine, comunque, per dirla in modo semplice, tutti più o meno sbroccano. Così, mentre noi partiamo con i tramonti e i pensieri profondi per finire agli spaghetti che abbiamo nel piatto o alle scarpe appena comperate, raccogliendo consensi entusiastici: che belle scarpe, che gusto, che idea geniale prenderne due uguali...

Altrettanto, loro iniziano spiegando come vincere la fame nel mondo abbracciati a un bimbo del Biafra, e finiscono con un agnellino in braccio, o con messaggi di congratulazioni entusiasti a chiunque vinca qualcosa, anche un torneo di bocce, come se quel successo fosse l’effetto dei mille giorni che hanno cambiato (?) l’Italia. Se poi la Boschi passa dai trionfi parlamentari della riforma costituzionale alla solitudine del bus, come Papa Francesco quando non era Papa, beh vuol dire proprio cercarsi sberleffi di ogni tipo. In realtà, per l’uomo della strada come per il politico, gestire il social non è facile. Ci vuole maestria, autocontrollo, come spiega D’Agostino. Mica tutti sono Grillo, Obama o Trump, quello rozzo che twitta in continuazione, fuori luogo, che fa sorridere i guru dei nostri talk show, poi quasi diventa copresidente della Francia. Mica facile, perché noi spariamo sciocchezze, qualche volta non ce ne accorgiamo, e spesso ce ne vantiamo pure.

Ma quando lo fanno loro, siamo giudici inflessibili. Allora, signori politici, attenzione. Senza social oramai non si comunica, anche se un bel manifesto sei per tre con una bella faccia e un bello slogan fa sempre il suo effetto. Ma con i social, il ridicolo è in agguato. Un boomerang. Dunque, meno selfie, meno slogan, meno vanterie. Se non crediamo più alle favole, figuriamoci ai vostri hashtag.