Diciamo che ha praticato l’antica massima secondo cui «la fretta è cattiva consigliera». Lento e felpato, ha fatto tanti passi. Indietro. Avanti. Di lato. Un tango de’ noantri tanto che alcuni – i soliti maligni – lo avevano definito «l’Indeciso a tutto». Poi, l’amara conclusione: basta, mi ritiro, ho fatto il possibile. Della serie: non mi meritate. Eppure, Giuliano Pisapia sarà una pietra miliare nella storia danzante della sinistra. Prima ha ballato con Matteo Renzi. Poi ha invitato Massimo D’Alema e i compagni di Mdp. Quindi ha abbracciato la Boschi. Con vigore: «Questa è casa mia», disse a una festa Pd. Però il dubbio lo assalì e riprese i sentieri direzione sinistra-sinistra, non senza disdegnare gli amici Radicali. Ma troppe erano le curve lungo la strada. Così da perdere l’orientamento (gli altri perdevano la pazienza). E, all’ennesima svolta, l’ex sindaco di Milano è finito in un campo. Progressista? No. Vuoto. E con l’auto a secco.