L’assegnazione di un Nobel è sempre una cosa complicata perché le ricerche premiate sono molto complesse, sono condotte da gruppi di ricerca internazionali che collaborano fra loro. La ricerca oggi si basa sui lavori di qualcun altro, su scoperte di scienziati che avevano fatto qualcosa di simile, magari prima. Per questo è difficile dividere con esattezza i meriti di una ricerca; difficile sia per coloro che giudicano, sia per chi deve essere premiato. Molto spesso le ricerche sono il risultato di contributi complementari, aspetto che complica ancora di più l’individuazione della scoperta. In molti settori di ricerca non c’è una paternità assoluta, è quasi sempre condivisa. Il tetto massimo di tre premiabili con il Nobel rende ancora più difficile la scelta. Ciò detto il gruppo che non è stato premiato, ma ha contribuito alla scoperta, dovrebbe essere contento lo stesso; il suo lavoro è stato considerato importante. Ci sono altre questioni dirimenti, oltre a quelle scientifiche. Dietro un Nobel ci sono supporti politici e accademici incrociati. Chi premia sono gli scienziati del Comitato, uomini con simpatie e antipatie. Conoscono meglio certi studiosi di altri, il loro giudizio risente di fattori soggettivi. C’è anche la componente politica: i Paesi più importanti sostengono tramite le accademie i loro gruppi di ricerca. Così come fanno ministri con le candidature di connazionali. Le accademie italiane e la nostra politica contano meno di altri. In Italia ognuno fa per sè, a volte si rema contro, meglio che il collega non vinca. Mi sono trovato nella situazione di essere stato escluso: ritengo sia stata una decisione giusta, i tre premiati sono colleghi eccezionali. Ci sono aspetti positivi anche nel fatto di non aver vinto. Prima del mancato Nobel non avevo mai avuto tanti premi né così tante manifestazioni d’affetto.

* professore emerito di chimica, sfiorò il Nobel nel 2016