Forse è più facile decidere di morire, che dire al proprio figlio: vai Fabiano, voglio che tu vada. Gli occhi di lui si chiudono, per sempre, e a quelli della madre non resta che il pianto. Per sempre. Ci sono tanti importanti aspetti legali nella angosciante vicenda di Dj Fabo, cieco e imprigionato nel suo corpo dopo un incidente stradale, che si è dato la morte a 39 anni in Svizzera.

C’è l’inutile processo in Assise al radicale Cappato per istigazione al suicidio di un uomo che da anni non chiedeva altro che di evadere dalla sua gabbia. C’è la legge sul biotestamento che potrebbe ripartire in Senato, ultimo squillo di tromba normativo di questa legislatura. Una legge difficile, complessa, in cui si incrociano la tutela della salute e la disponibilità della propria esistenza, il diritto, l’etica, la religione. Un tema su cui anche il Papa è stato tirato per la tonaca quando ha detto che «evitare l’accanimento terapeutico non è eutanasia».

Il che non significa ovviamente: ok, ucciditi pure. Una legge comunque necessaria perché i tanti Fabo sappiano se e di che morte possono morire. Oggi, però, è il giorno del dolore, della pietà. Delle lacrime di mamma Carmen quando ha ricordato il momento in cui ha dato il permesso al suo Fabiano di andarsene. Quando ha rilanciato la battaglia di suo figlio per il biotestamento. Quando ha pregato i giornalisti di non farle altre domande perché... perché che si può chiedere a una madre che ha vissuto questa esperienza? Quando ci ha fatto pensare alle tante esistenze senza speranza, al dramma delle famiglie.
A chi resiste, e a chi alza bandiera bianca. Oggi è il giorno di mamma Carmen. Che ha detto «vai» al suo Fabiano. E che forse ogni giorno spera di volare da lui.