Schadenfreude? I repubblicani non la dimostrano. Non ne hanno bisogno. Il caso Weinstein si commenta da solo. Non perché l’insaziabile produttore si portasse a letto attrici affermate o aspiranti. È da quando esiste il cinema che accadono queste cose. E nemmeno perché fosse il bancomat del partito democratico, avendo finanziato i Clinton, Obama, deputati e senatori. Anche questo rientra nella logica del sistema. Ognuno ha il diritto di appoggiare chi vuole. No. Il motivo per il quale Trump si è limitato a un «nulla di sorprendente» è un altro. La caduta di Harvey Weinstein dal piedistallo degli intoccabili, apostoli della political correctness, è rivelatrice di quella che persino il Washington Post definisce la cultura della complicità.
Tutti sapevano a Hollywood. Da anni. Ma le denunce erano rimaste gossip, soprattutto se frutto di frustrazione. George Clooney, Russell Crowe e altri erano sempre riusciti a convincere il New York Times a insabbiarle. Per amicizia? No. Per spirito partigiano. Svergognare Weinstein equivale a smascherare l’ipocrisia radical chic così completamente incarnata dal massiccio mandrillo. Mentre scaricava sui sofà la sua concupiscenza, finanziava il femminismo militante nelle strade e nelle università, partecipava a convegni e marce contro il sessismo di cui Trump sarebbe stato il campione. Insomma riassumeva in sé la doppia morale opposta da Hillary a chi accusava il marito di essere un sexual predator. Ecco perché non la salva la devoluzione in beneficenza dei finanziamenti imbarazzanti. Lo sputtanamento di Weinstein corrisponde all’epilogo del ventennale dominio clintoniano sull’establishment democratico.