Roma, 19 giugno 2017 - Intendiamoci, garantire l’indennità di disoccupazione o l’integrazione salariale a chi perda il lavoro o a chi si ritrovi con lo stipendio ridotto o azzerato a causa della crisi della propria azienda, è sacrosanto. È (o dovrebbe essere) altrettanto sacrosanto, però, che gli strumenti di welfare, finanziati con oneri rilevanti a carico di imprese e lavoratori, non si trasformino in sussidi autoreferenziali o addirittura truffaldini in mano a furbetti o opportunisti: pronti a intascare il sostegno pubblico e insieme a lavorare e guadagnare in nero. E invece è esattamente quello che accade in Italia, in una percentuale non certo trascurabile e largamente sommersa. Con un’aggravante che rende il nostro Paese ancora una volta il regno dei paradossi inesorabili e inestricabili: sono le stesse istituzioni pubbliche, infatti, a creare le condizioni più favorevoli per furbi, furbetti e opportunisti del sussidio.

Bastano tre esempi. Le leggi hanno previsto che i disoccupati debbano impegnarsi in un «patto di servizio» a tenere una serie di comportamenti finalizzati alla ricerca attiva del lavoro. A seguirli dovrebbero essere i Centri per l’impiego pubblici: ora, a parte qualche rara eccezione, queste strutture si sono rivelate completamente inefficienti a intermediare tra domanda e offerta, figuriamoci a svolgere interventi di politiche attive. Non basta. La stessa farraginosa procedura delle dimissioni online, introdotta dal 2016, ha finito per alimentare la trasformazione delle dimissioni in licenziamenti, con conseguente pagamento dell’indennità di disoccupazione da parte dello Stato. E che dire del nuovo assegno di ricollocazione a favore di chi (Centri per l’impiego o Agenzie per il lavoro) riesca a offrire una chance ai disoccupati? Sembra che pochi interessati lo accettino: perché preferiscono tenersi il sussidio, finché dura. E non correre il rischio che venga proposto loro di lavorare davvero. Peccato che nessuno possa obbligarli a cogliere l’opportunità: la legge non lo contempla.