C'era una volta mio padre. Io ero piccino e negli anni Sessanta lui mi ricordava l'onta della esclusione dell'Italia dal mondiale di calcio del 1958.
Sono passati 60 anni. Papà non c'è più, come non ci sono più tanti testimoni di quel disastro sportivo. In compenso, ci siamo noi. Oggi. Senza Mondiale.
Io credo che l'eliminazione sia giusta. Credo che Ventura, il Ct, abbia le sue colpe, ci mancherebbe.
Ma qui non ci serve il capro espiatorio. Qui conviene aprire il cuore. Da quanti, da troppi anni il sistema calcio si interessa della Nazionale soltanto ogni quattro anni?
Non è forse vero che il mondo della informazione in primis (e mi metto anche io tra i colpevoli) si esalta per il business, per i compratori cinesi, per le squadre di serie A farcite di stranieri, per tacere di quelle di serie B?
Contro la Svezia potevamo anche passare, ma qui vorrei ricordare che nel 2010 in Sud Africa pareggiamo con Nuova Zelanda e Paraguay, perdendo dalla Slovacchia. E in Brasile nel 2014 fummo eliminati da Costa Rica e Uruguay. Qualcuno disse qualcosa?
Questo è un dramma, per fortuna solo sportivo, che viene da lontano. Prendetevela con Ventura, se vi va. Ma questa disfatta è lo specchio di una nazione malata, insicura, fragile, ripiegata sulle sue debolezze. Siamo l'Italia. Purtroppo. E talvolta per fortuna.