Avete mai sentito parlare di Luo Guanzhong? In Europa forse no. Ma Xi Jinping, presidente cinese, ovviamente sa benissimo chi era. Fu una specie di Shakespeare. Nel romanzo dei ‘Tre Regni’ sostiene che «sotto il cielo... il mondo si divide quando è unito e si unisce quando è diviso». Che vuol dire? Che i ritmi della storia si ripetono perché i governanti hanno la memoria corta. Anzi cortissima. E dunque Xi ripropone a Trump il negoziato, come quello che nel 2008 vide impegnati sei Paesi (le due Coree, la Cina, il Giappone, la Russia e gli Stati Uniti) attorno allo stesso tavolo. Sarebbe il solo mezzo per frenare la paranoia del nordcoreano Kim Jong- un ed evitare «una guerra nucleare che sarebbe drammatica per tutti».

Ma è davvero così? Trump farebbe bene a ricordare che in questi ultimi otto anni il negoziato non ha portato a nulla. Anzi. Fece guadagnare tempo ai due Kim, padre e figlio (sotto il comunismo il potere spesso è ereditario come nelle monarchie). Obama in nome della pace ha fatto finta di nulla. E oggi il paffuto dittatore ha una trentina di atomiche, ha missili balistici per scaricarle sui fratelli separati del Sud, sul Giappone e presto anche sulla costa orientale americana. Minestra riscaldata, dunque.
 
Ma Trump su Twitter fa sapere al presidente cinese: «Perché dovrei accusarti di manipolare la valuta se ci aiuterai sulla Corea del Nord?». Già. Perché? La risposta è ovvia: perché è vero. Ma la realpolitik lo costringe a cambiar rotta.
E la rotta è tracciata da quel volpone di Xi che non vuole la guerra nucleare ma nemmeno la caduta di Kim.