Ma perché lo fa? Per i consensi delle lobby ebraiche? Assurdo. Gli ebrei americani più che nel resto dell’Occidente sono liberal, cioè di sinistra. Geneticamente. Irreversibilmente. Votano democratico. E, controllando i media della costa orientale, guidano il linciaggio sistematico del malcapitato Trump. Lo fa per i 60 milioni di cristiani evangelici? Sono già suoi. Prima dell’annuncio ammonivano: Gerusalemme è la culla del cristianesimo. Giusto. Non per nulla fu l’obiettivo di otto crociate. Ma il Monte del Tempio fu anche la culla dell’ebraismo. E ospita la moschea Al Aqsa, il terzo più importante luogo sacro dell’Islam. Ecco allora che gli europei esortano alla prudenza: il Medio Oriente è una polveriera. Gerusalemme rimanga città aperta a tre fedi e non la capitale di Israele. Il che detto da Paesi che nei secoli hanno esteso la loro sovranità a intere regioni occupate con la forza, appare paradossale. Bottino di guerra. Ieri valeva per gli europei. Oggi lo rivendica Israele. Gerusalemme est fu conquistata nella guerra del 1967. E poi Trump l’aveva promesso a Netanyahu. Promessa basata su una realpolitik che ha affossato l’ipotesi illusoria dei due Stati. Questa rimane la crisi più intrattabile del mondo. E intanto l’unico a guadagnarci è Putin, al quale guardano gli arabi. Ma ancora negli anni Cinquanta erano gli americani e non i russi al fianco del mondo arabo. Fermarono inglesi e francesi a Suez. Poi si fecero sentire le famose lobby.

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