HO FATTO un sogno per sfuggire a un incubo. Ho sognato di addormentarmi oggi e di svegliarmi lunedì prossimo quando tutti se ne saranno andati. Ho sognato di perdere una settimana di vita, perché non so se ce la farò a sopportare lo tsunami di nostalgie e promesse che ci sommergerà nel ricordo dei 60 anni dei trattati di Roma. Fermate la Ue, voglio scendere. Non dall’Europa del 1957, per carità, fatta di grandi uomini e grandi idee. E in fondo neppure da quella di oggi, immenso baraccone che tutto guida nella vita degli Stati membri, e poco o nulla conta in quella del mondo. L’Unione che dovrebbe esistere per difendere i propri confini, per firmare accordi con Cina o Stati Uniti.

COSA raccontiamo a Pechino o al pimpante Donald: di parlare con Juncker? Ma qui si entra nel merito, e non sarà questa settimana a cambiarlo. Purtroppo. Dio ci scampi, allora, dal fiume di chiacchiere, di impegni, di progetti che sentiremo nei tanti, troppi appuntamenti. La crescita, l’euroscetticismo, l’integrazione. Bastava una bella cerimonia. Sobria. Invece, ce la racconteranno per sette giorni in 27 lingue. Una babele. Ma vedrete, noi non la manderemo a dire. Come sempre. E certo ognuno dei 26 partner se ne ripartirà con quelle migliaia di migranti che avrebbero dovuto accogliere in obbedienza alle disposizioni Ue.

A PROPOSITO: sappiamo bene che ci dovremo sorbire disubbidienti, black-bloc e bombaroli internazionali di vario tipo. Il servizio d’ordine è imponente, efficiente, ma l’occasione è troppo ghiotta per la solita gita con spranga. Poveri romani. Che brutta settimana. Parata di stelle sbiadite, bla bla su un’Europa che non c’è, e forse non ci sarà. Se ci mettete pure il caos per lo sciopero dei taxi, non ci sono dubbi. Solo un bel sogno può scacciare l’incubo.