Il dio del tennis è tornato e la schiera dei suoi seguaci si moltiplica, contagiando le giovani generazioni. L’ottavo trionfo a Wimbledon, il tempio pagano della racchetta, a quasi 36 anni consegna a re Roger una serie di primati che sembrano calzargli addosso come una camicia su misura. Federer è nato per vincere ma lo fa con stile, misura e un naturale fair-play che contagia anche gli avversari più rabbiosi. Bello e bravo Roger. Se fosse nato nella Grecia classica, sarebbe stato l’incarnazione del concetto di ‘kalokagathia’, l’ideale che sposa la bontà di carattere a un bell’aspetto fisico. Ma Federer piace soprattutto perché è straordinariamente normale, vicino al tennista della domenica che si infiamma per lui. Non ha muscoli in sovrabbondanza come il suo eterno rivale Nadal, è un buon padre di famiglia, rifugge dalla mondanità e dai suoi eccessi. E in campo è un prodigio di tecnica, concentrazione e coraggio. Sì, coraggio perché andare a rete in questo tennis del terzo millennio è roba da kamikaze. O da divini artisti come Roger. Federer usa la racchetta come una naturale estensione e del suo corpo, ogni palla giocata è diversa dall’altra il piccolo capolavoro di un orefice in un mondo di bombardieri o di arrotini. La volée e la mezza volée sono l’essenza suprema di questo artista, il suo gesto tecnico più alto, le perle che scatenano l’idolatria del popolo tennista. Non bastasse il talento straordinario, Roger scova in fondo a sé le risorse mentali per migliorarsi anche 36 anni e con 19 Slam già nel cassetto. È cosi che dopo sei mesi di stop per infortunio è riuscito a trasformare il suo rovescio liftato fino a farne un’arma letale per gli avversari. E nelle ribattute al servizio i suoi riflessi felini sono quelli di un ventenne. Roger è il tennis nella sua espressione più alta, una qualità di gioco che sconfina nella poesia ed è destinata a durare per sempre. Come i grandi capolavori dell’arte, sopravviverà al suo artefice.