Oramai bisogna andare con i piedi di piombo. Questione di delicatezza. Certo, puoi ancora dire (non gridare) di essere una femmina a cui piacciono i maschi, o un maschio eterosessuale. Ma essere così netti nel denunciare la propria identità sessuale, beh, non è più (da tempo) politicamente corretto: «Non ti vergogni di essere così sicuro di sapere chi sei?». Allora, diciamolo senza occhieggiare alle mode: la confusione di genere emersa dalla ricerca inglese con un terzo dei teenager altalenanti tra una sponda e l’altra (mica pochi), non è un passo in avanti verso un mondo migliore, più aperto. Per niente. È un passo indietro, probabilmente non identico in tutti i Paesi, per generazioni che hanno perso la bussola, mentre dovrebbero sapere chi sono, per aver chiaro con chi vanno

e dove. Senza pensare che il diverso sia sbagliato, ovvio; ma ognuno nella certezza della propria identità. Invece, questo mondo di mezzo fatto di ragazze e ragazzi che ondeggiano tra una sessualità e l’altra, inconsapevoli di se stessi, è un mondo che fa paura. In cui la sessualità si gioca a testa o croce in una riffa alimentata da figure volutamente ambigue in Tv, nella moda, nel cinema, in una certa cultura che di generazione in generazione tramanda l’idea che ogni scelta sia una violenza, ogni distinguo una discriminazione. Così, di genere si discute, eccome; persino il Papa deve scendere in campo, fino ad ora senza grandi risultati. E che tutto ciò sia il frutto contemporaneo di una cultura ambigua, lo dimostra il fatto che i genitori di questi giovani in bilico, più di là che di qua, sanno bene chi sono.

Il problema, dunque, non sta in un’improbabile mutazione genetica; sta nella società, nei suoi messaggi, nell’aver doverosamente sdoganato la diversità, fino a criminalizzare, però, la normalità. Che sarebbe, senza offendere nessuno, ciò che sta nella norma, nella normale dinamica di natura che ha reso possibile il fatto che l’umanità esista e si moltiplichi. Al punto da essere, questo sì, un genere sicuramente in crescita. Altrettanto preoccupante.