Una volta ogni cinque anni il mondo si ricorda che la Cina è una dittatura comunista. Accade quando si riunisce (da ieri a Pechino) il congresso del partito. Partito unico. Come nei confinanti Vietnam e Corea del Nord. Con una differenza: il Vietnam ha adottato la via cinese al revisionismo e si è aperto agli investitori internazionali con costi ancora più stracciati, mentre la paranoica dinastia dei Kim è rimasta allo stalinismo duro e puro. La Cina invece copiandoci sembra realizzare la profezia di Lenin. Ci strangola con la corda che le abbiamo fornito. Con la tecnologia cioè di quelle stesse multinazionali che, dopo la sua ammissione nella World Trade Organization, hanno messo fuori dal mercato buona parte dell’industria occidentale. Salvo poi ricambiare il favore a Bill Clinton e finanziare la campagna di Hillary. Ma ora non si possono mettere indietro le lancette dell’orologio. Ne è consapevole il presidente Xi Jinping il quale ha tracciato l’agenda per i suoi prossimi cinque anni. O forse più a lungo. È presidente della Repubblica, capo del partito, capo delle forze armate, capo dei 12 più importanti comitati governativi, onnipresente in tv e sui giornali sotto censura. Nessuno da Mao in poi ha detenuto tanto potere. Come lo sfrutterà? Ovviamente consolidando il paradosso di un’economia capitalistica calata in una camicia di forza totalitaria. E dunque sfruttando ancora di più la concorrenza sleale e spingendoci sempre più nell’angolo. 
Ma ci sono due novità: Trump e il debito pubblico. Il primo non si rassegna all’espansionismo di Xi. Il secondo supera il 300 per cento del Pil. Quando scoppierà la bolla? Domani forse no. Ma dopodomani...
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