Cambiano i leader, non il Dna. E così, quando si stringe, per i vertici della Cgil il contesto politico finisce, comunque sia, per far premio sul merito della trattativa. Il copione non cambia neppure questa volta. Quale che sia l’approdo finale della partita sulle pensioni, è del tutto evidente che il confronto governo-sindacati ha prodotto, fino a oggi, più di un risultato per la sorte di qualche migliaio di lavoratori che potrebbero essere salvati dalla tagliola dell’aumento dell’età pensionabile. Il governo ha accettato l’impostazione, definendo, però, il perimetro dell’operazione in maniera da non scardinare il legame tra dinamica dell’aspettativa di vita e requisiti previdenziali. Poco o tanto che sia, è un’apertura. Ma per Susanna Camusso non basta, «restano le distanze». E forse, ma ci auguriamo di sbagliare, le distanze resteranno anche sabato prossimo quando si chiuderà la partita con l’ultima riscrittura delle proposte. Puntualmente, nella storia del sindacato di Corso d’Italia, le convulsioni politiche interne ed esterne giocano un ruolo rilevante. Spesso più del merito. Fu così con Bruno Trentin nel lontano 1993 per l’accordo sul costo del lavoro. Ma è stato così anche con Guglielmo Epifani per il protocollo sul welfare con l’esecutivo di Romano Prodi. Ogni intesa è una pena, la perdita di un pezzo di innocenza. E non parliamo di Sergio Cofferati o dello stesso Epifani rispetto ai governi Berlusconi: anche solo sedersi al tavolo era una sorta di contaminazione antropologica. Niente di nuovo, dunque, rispetto al mite Gentiloni che, guardando negli occhi la leader cigiellina, sibila: «Occhio che di questo passo non troverete di fronte Damiano ma Salvini». Il che non è necessariamente una minaccia per i vecchi e i nuovi capi del sindacato rosso.