«Non capisci? È un perseguitato. Non ha neanche avuto un processo per difendersi e lo avete condannato all’ergastolo!». Questa frase la scrittrice Fred Vargas me l’ha ripetuta come un mantra ogni volta che abbiamo discusso di Cesare Battisti. E non contava che le dicessi che Battisti era scappato, e che per questo era stato condannato in contumacia: a lei – come a Bernard-Henri Lévy, Daniel Pennac e tanti altri intellettuali francesi – interessava soltanto farci la lezione. Dire che l’Italia non è un paese democratico come la Francia. Che loro sono i migliori, gli eredi di Voltaire, i difensori mondiali dei diritti umani. Sono andati avanti in questo modo per 30 anni, con tribune, lettere aperte, appelli con centinaia di firme su ‘Le Monde’ e ‘Libération’, sostenendo che Battisti era un «martire». Erano convinti di battersi per un nuovo Dreyfus. Non avevano capito di avere a che fare invece con un furbastro, un finto guerrigliero che aveva alle spalle omicidi e rapine a mano armata, e che per farsi accogliere nel club dell’intellighenzia transalpina si era messo a scrivere romanzi gialli in cui la parola chiave era «rivoluzione»... Adesso Fred Vargas e gli altri stanno zitti. Non rispondono al telefono. Si vergognano, forse. La ‘dottrina Mitterrand’, che proteggeva i fuoriusciti italiani a condizione che avessero chiuso con la violenza, è lettera morta. Finita per sempre, adesso che il terrorismo colpisce la Francia, come in passato l’Italia. Ieri ‘Le Monde’ ha pubblicato una notizia minuscola sull’arresto, senza commenti. ‘Libération’ ha fatto altrettanto. Silenzio anche dalla classe politica: di certo Emmanuel Macron non ripeterà l’incredibile exploit di François Hollande, che nel febbraio del 2004 andò a trovare Battisti nel carcere della Santé per esprimergli la sua solidarietà...