INTANTO partiamo dalla definizione. Che non è solo una questione di forma, ma di sostanza. Eccome. Di Cesare Battisti, il terrorista, si può dire come si è letto e scritto in queste ore (non da noi) che si tratta di un ...ex? Come si è meritato questa «promozione»? È andato in pensione? Si è pentito di aver stroncato direttamente o indirettamente quattro vite? Ha pagato il giusto pegno alla società? Niente di tutto questo. È latitante da 36 anni, non ha mai avuto una parola di rammarico per il suo passato di sangue, cerca di sfuggire in ogni modo alla giustizia, e ci sfida pure: qui sono in una botte di ferro. Allora, siamo chiari: di ex in questo caso ci sono solo le persone ammazzate dai suoi crimini proletari. Lui no. Lui è ancora un terrorista nel pieno esercizio delle sue funzioni. Forse non spara, ma di sicuro scappa. Il che non ripulisce né la sua coscienza, né la sua fedina. Stabilito che siamo di fronte a un terrorista che fa di tutto per non diventare ex, bisognerà continuare a giocare ancora con più vigore il suo gioco. Lui fugge, e noi lo dobbiamo prendere, riportare in Italia, sbattere in galera, e buttare la chiave. Più facile a dirsi che a farsi, ovvio. Il ministro Alfano si è già mosso, come documentato da un tweet. Le autorità brasiliane sembrano più disponibili. Ma siamo ancora lontani dalla meta. Che invece deve essere vicina, vicinissima. Con ogni mezzo. Perché 36 anni a farsi beffe della giustizia e delle vittime sono più che sufficienti. Anche il terrorista Battisti ha diritto a diventare un ex. Ex latitante.