"Una telefonata allunga la vita", recitava uno spot Sip. Ma le telefonate col cellulare scalda-orecchio la accorciano, ci dice ora la sentenza che tutela – ironia della sorte – un dipendente Telecom, riconoscendo il nesso causale fra l’ammalarsi di tumore e l’uso scorretto del cellulare. Sobbalziamo tutti. Perché in molti continuiamo a farlo. Eppure se ne parla da tempo. Ma la politica e le amministrazioni competenti sono rimaste per troppo silenti. Così, il pericolo percepito resta inferiore a quello reale (ora userò gli auricolari anch’io).

Ancora una volta, tocca al giudice scoperchiare le pentole esplosive, nella latitanza politica e delle amministrazioni. Incapacità? Mera inerzia? Connivenza? Lamentiamo, talora a ragione, l’attivismo di certa magistratura. Dobbiamo plaudire, per contrappasso, alla posizione d’avanguardia di sentenze quando con funzione di supplenza fanno da apripista, svegliando i dormienti. E non si tratta qui di sentenze choc con interpretazioni evolutive che forzano i codici, ma di applicazione di norme (nel caso, lavoristiche) che, per tutelare la salute, dovrebbero rappresentare l’ultima spiaggia. L’onda mortifera avrebbe dovuto essere arrestata prima: competeva al legislatore o al ministero della Salute o all’Iss scongiurare un danno annunciato introducendo da noi prescrizioni cautelative, altrove correnti: dagli Usa all’Australia o all’India. In troppi casi, non la politica ma il coraggio civile e la sapienza tecnica dei giudici aprono una strada. Come per la stepchild adoption, la fecondazione assistita, o i "nuovi danni": quelli biologici, ambientali, da prodotto, non patrimoniali. Solo dopo a fatica, l’intendance suivra.