Roma, 3 gennaio 2018 - Il fatto è che non ti applichi abbastanza. Come i severi maestri di una volta, la legione di app che dal cellulare reclamano quotidianamente la nostra attenzione ci ammoniscono a impegnarci nelle cose che non abbiamo voglia di fare, ma che sappiamo di dover fare. Dimagrire, bere due litri di acqua al giorno (ma chi l’ha detto, non siamo mica cammelli), ricordarsi dei compleanni di parenti di quarto grado emigrati trent’anni fa in Nicaragua: sono tutte incombenze al di sopra delle nostre forze. Così deleghiamo il compito di ricordarcele ai nostri assistenti elettronici.

Le app sono suadenti sirene che ci fanno balenare la possibilità di una vita migliore, più magri, più belli, magari più alti e più ricchi, più tranquilli, più ambiziosi, più qualsiasi altra qualità a scelta, basta consultare l’app store. In questo modo ci scarichiamo la coscienza: non faremo mai quello che andrebbe fatto, ma almeno dimostriamo a noi stessi (e agli altri) l’intenzione di farla. Le app sono in realtà un grande alibi collettivo, un genio della lampada apparentemente disposto a esaudire tutti i nostri desideri, un gigantesco dito puntato che a ogni pie’ sospinto si conficca tra le nostre scapole per spingerci avanti.

L'app è una patente di buona volontà, non lo faccio ancora, ma ho cominciato a pensare di farlo. È la buca delle lettere delle buone intenzioni, è l’angelo custode che invece di sussurrarci all’orecchio ci fa una telefonata, è il foglio su cui una volta scrivevamo i propositi per il futuro. Un suggerimento. Facendovi anche violenza, provate a far finta di dimenticare il cellulare a casa per qualche ora e abbandonatevi ai vostri impulsi innati: per esempio, al posto dei due litri d’acqua bevete un bicchiere di rosso. Fatelo apposta, e potrete godere di un briciolo di felicità. Appena appena.