Ormai sono passati quattro anni ed è impossibile non pensare al destino assurdo di quell’uomo prigioniero del suo corpo.
Ricordo perfettamente l’incredulità che mi colse quando seppi quello che era capitato a Michael Schumacher sulle nevi dell’Alta Savoia.
Non è certo l’unico a sperimentare la dinamica folle del Destino. E quando ho in mente lui sempre rammento gli ignoti che consumano la stessa sorte.
Per combattere (inutilmente) la malinconia, forse comprensibile nel vecchio cronista che ha avuto l’onore di raccontare dal vivo la carriera meravigliosa del Campionissimo, dal Belgio 1991 al Brasile 2012, una esistenza di cronache figlie del suo talento, ho rubato un frammento di memoria a Gigi Mazzola.
Gigi ha diretto la squadra prove della Ferrari per tutto il periodo speso da Schumi a Maranello.
La sua testimonianza vale più di mille articoli miei.
“E’ vero, sai, che quando a fine 1995 Michael provo’ l’ultima Rossa con il dodici cilindri ci chiese come avessimo fatto a non vincere il titolo con quella vettura! Ma non è questo il momento più forte nella sfilza dei ricordi, no…”
“Una volta testavamo una soluzione nuova sulla quale avevamo investito tanto in risorse, progetti, speranze. Lui sali’ in macchina, fece tot giri e rientrò ai box. Stava ancora nell’abitacolo. Sollevò la visiera e mi accorsi che aveva gli occhi lucidi per l’emozione. Funziona, mi disse, ce l’abbiamo fatta…”
“Non era solo un grandissimo pilota. Era, come Enzo Ferrari amava dire di se stesso, un agitatore di uomini. Ti pare poco?…”