Sono stato distratto dallo spot Alfa.
Ma non dimentico i miei Oscar per il 2017 della Formula Uno.
Gran Premio più bello.
Non ho dubbi, da un punto di vista rigorosamente e dichiaratamente ferrarista.
Ungheria.
Non per la doppietta Vettel/Raikkonen, che pure rappresenta qualcosa di raro nella storia recente delle corse.
No.
E’ che in quella domenica della grande illusione io trovo espressa l’anima profonda della Ferrari.
L’alfa (non Romeo Sauber) e l’omega.
La gioia e lo spasmo pre agonico.
La sofferenza che sempre precede e accompagna il trionfo.
Vedete, a me non pare casuale che il Vecchio abbia intitolato “Le mie gioie terribili” la sua autobiografia.
E’ un paradosso, me ne rendo conto. Eppure io sono certo che ‘anche’ le sconfitte, le lunghe attese, i digiuni iridati, ecco, anche queste cose hanno contribuito alla leggenda del Cavallino.
Non si tratta di masochismo. È’ che se ti piace vincere facile non puoi essere ferrarista, secondo me.
La resilienza di chi non ha smesso mai di correre alimenta un sentimento che non potrà mai essere represso. E non per niente chi di mestiere fa il pilota comprende come un mondiale con la Rossa valga solo statisticamente come un mondiale vinto con un’altra macchina.
Emotivamente, non sarà mai la stessa cosa.
In quella domenica della illusione magiara, in una rapsodia da violini tzigani, c’era tutto.
Una gran macchina.
Un eccellente pilota come Vettel, lanciato verso un successo sicuro e tranquillo prima delle noie allo sterzo.
Uno spirito nobile come Kimi Raikkonen, che ha capito al volo la situazione e si è messo subito al servizio del compagno, sacrificando il desiderio legittimo di tornare primo, dopo anni, sotto la bandiera a scacchi.
E c’era, a Budapest, una squadra Ferrari in linea con i valori di tradizione, cultura e storia.
Lo so.
C’è chi obietta che ragionamenti simili sono sbrodolate retoriche, vagamente senili.
Lo so.
Nel nuovo millennio conta solo vincere alla fine e il resto è fuffa, schiuma senza birra, eccetera.
Va bene, non starò qui a negare la forza del tempo che passa.
Eppure, aveva ragione Rhett Butler.
Francamente me ne infischio, diceva lui.
Io, anche.